A quarant’anni dall’esordio del cult di Rob Reiner, i binari di Castle Rock restano la linea retta di un viaggio di sola andata. Quello da cui non si torna più indietro.
Nel cinema di formazione, il tempo assume spesso una struttura circolare: si parte da casa, si vive l’avventura e si fa ritorno all’esatto punto di partenza, trasformati nell’animo ma di nuovo accolti in un porto sicuro. In Stand by Me, invece, il tempo ha la forma geometrica, rigida e spietata di una ferrovia. Una linea retta che taglia in due la natura dell’Oregon, senza il lusso di tornare indietro. Camminare su quei binari significa muoversi in un’unica direzione, quella che allontana per sempre i dodici anni dal resto della vita.
40 anni dopo il debutto in sala, il capolavoro di Rob Reiner non ha perso un solo grammo della sua dolorosa lucidità. E più che in una generica operazione nostalgia verso gli anni Ottanta, il motivo vero e proprio sta nella capacità quasi miracolosa della pellicola di fotografare l’esatto istante in cui l’infanzia smette di essere un rifugio e diventa un guscio vuoto da abbandonare lungo la strada.

C’è Castle Rock, ovviamente, che si rivela una periferia dell’anima asfissiante, apatica e profondamente traumatizzata. Da lì, i quattro protagonisti fuggono verso l’avventura per sottrarsi a una realtà adulta che ha già spento ogni promessa di luce. Gordie vive all’ombra di un fratello perfetto che non c’è più e di due genitori che hanno smesso di considerarlo. Chris è già incastrato dal suo cognome, schiacciato da un pregiudizio che ha ereditato senza colpe. Teddy porta sulla propria pelle la follia di un padre violento, mentre Vern subisce costantemente la derisione di tutti. Quattro ragazzi lasciati soli a farsi largo nel mondo.
In questo scenario di abbandono, la notizia del ritrovamento del cadavere di Ray Brower, un ragazzino della loro età travolto da un treno, trasforma quella che doveva essere una bravata estiva in un cammino di formazione inevitabile. Quel “Corpo”, che prende il titolo originale dal racconto di Stephen King, smette subito di essere una macabra curiosità per diventare l’anticipazione brutale del loro stesso destino. I ragazzi si mettono in cammino spinti dall’illusione di mostrarsi eroi agli occhi di una cittadina che li ignora, ma la verità del viaggio li porterà a scoprire che il vero corpo da ritrovare è la loro innocenza perduta, condannandoli a celebrare il funerale della loro stessa infanzia.

Davanti a quel cadavere immobile tra le sterpaglie, la morte diventa così una questione concreta e tangibile. È l’impatto frontale col peso del reale, un trauma che frantuma l’innocenza sul ciglio di quel bosco. Lo sguardo su quel coetaneo spezzato fa crollare definitivamente l’illusione che gli adulti possano proteggerli o che il tempo dei giochi sia infinito. Il ritorno a Castle Rock, infatti, non ha nulla del trionfo sperato e si rivela il rientro in silenzio di chi ha scoperto che il mondo è rimasto identico, mentre loro non saranno mai più gli stessi.
Questo legame profondo si stringe soprattutto tra Chris e Gordie. La complicità tra i due diventa l’unico scudo possibile contro il cinismo del mondo. Le loro confessioni attorno al fuoco assumono i tratti di una cura reciproca, dove Chris protegge il talento dell’amico sacrificando la propria reputazione, mentre Gordie ne riconosce la purezza oltre ogni pregiudizio. L’interpretazione di River Phoenix è straordinaria proprio perché rende tangibile il peso di un futuro che sembra già scritto. Quella vicinanza, però, rimane un evento unico, un’amicizia destinata a restare confinata nell’estate del loro cambiamento.

Anni dopo, quella distanza inevitabile si compie nella solitudine della scrittura, dove il Gordie adulto fissa sullo schermo la resa dei conti col proprio passato. I quattro protagonisti si separeranno poco dopo quel viaggio, proprio perché il dolore condiviso li ha resi troppo grandi per poter continuare a giocare insieme.
«Non ho mai più avuto amici come quelli che avevo a dodici anni», scriverà Gordie, traducendo in una frase l’impossibilità di replicare quel legame nel resto dell’esistenza. Chiunque osservi quei binari avverte il peso della propria linea retta, il ricordo dell’estate specifica in cui ha smesso di correre per iniziare a camminare verso la vita adulta. Perché Stand by Me lascia una consapevolezza amara: il lutto più difficile da elaborare rimane quello della nostra stessa purezza. Un frammento d’anima rimasto per sempre sul ciglio di un bosco.
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STAND BY ME – RICORDO DI UN’STATE TORNA AL CINEMA L’8, 9 E 10 GIUGNO PER FESTEGGIARE IL SUO 40ESIMO ANNIVERSARIO CON NEXO STUDIOS!
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