Perché Berserk parla così tanto di noi

Quando Kentaro Miura costruisce il mondo di Berserk, lo riempie di demoni, sangue, guerra e mostri. Eppure il vero orrore ha radici più profonde. Nasce dagli esseri umani. Dagli sguardi che si incrinano, dai legami che si spezzano e dall’ambizione che lentamente divora tutto il resto. Nella sua forma più convenzionale, il fantasy delinea una fuga dalla realtà. Offre mondi alternativi, avventure e mitologie lontane dall’ordinario.

Berserk fa esattamente il contrario. Usa l’immaginazione per riportare in superficie quei lati dell’esistenza che tendiamo a rimuovere: il dolore, il trauma, la paura dell’abbandono, il bisogno disperato di trovare un posto nel mondo. È in questa verità che l’opera di Miura trova la sua forza. Perché sotto l’estetica medievale e la violenza estrema prende forma una riflessione costante sull’essere umano e sul modo in cui il dolore trasforma i corpi, i rapporti e persino il desiderio.

Nel saggio La società della stanchezza, il filosofo Byung-Chul Han descrive la società contemporanea come un sistema che spinge verso una performance costante. Siamo chiamati a trasformare la nostra esistenza in un progetto da realizzare a ogni costo e Griffith incarna questa logica in modo assoluto. Egli rappresenta una forma estrema di soggettività contemporanea, in cui la vita deve assumere la forma di un’immagine di successo senza incrinature. Il suo sogno cresce fino a diventare totalizzante, mentre tutto ciò che lo circonda viene trascinato dentro una dinamica di ambizione e sacrificio. Gli affetti diventano ostacoli e le persone strumenti. I legami una debolezza da superare.

In lui, il desiderio perde ogni limite umano e si trasforma in una razionalità assoluta che giustifica qualsiasi tradimento pur di raggiungere lo scopo. È per questo che Griffith risulta così disturbante. Perché la sua ossessione non appare lontana o incomprensibile ma, al contrario, porta all’estremo una mentalità profondamente contemporanea: l’idea che il valore di una persona coincida con ciò che riesce a raggiungere, ottenere o conquistare.

Attorno a lui tutto finisce per assumere questa forma. Ogni personaggio cerca disperatamente qualcosa che possa dare un senso alla propria esistenza. Un sogno, un obiettivo o un motivo per andare avanti. Ma in Berserk ogni conquista sembra essere ripagata con una perdita, ed è l’aspetto più doloroso dell’opera. Perché il sacrificio smette di essere un momento eccezionale e diventa una presenza costante dentro ogni rapporto umano.

Kentaro Miura traduce visivamente un’intuizione potente di Mark Fisher: è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del sistema che lo genera. Guerre senza una vera risoluzione, cicli di violenza che si rigenerano attraverso il sacrificio e poteri che non crollano mai definitivamente. In questo scenario, il bisogno di trovare un’identità si intensifica. Ma ogni sforzo per rivendicare la propria presenza finisce per alimentare lo stesso ciclo di violenza da cui si vorrebbe fuggire.

Guts, invece, si muove in direzione opposta. Non rincorre il potere o la conquista ma porta addosso il peso del trauma e cerca soltanto un modo per sopravvivere. Ogni legame, per lui, contiene in sé la paura della perdita e ogni momento di avvicinamento sembra destinato a trasformarsi in dolore. La sua rabbia nasce proprio da questo conflitto. Dal desiderio di sentirsi vicino a qualcuno e, allo stesso tempo, dal terrore di soffrire ancora.

Nasce soprattutto dalla difficoltà di sentirsi degno di essere amato senza dover combattere continuamente. Oltre il metallo dell’armatura e l’orrore dei mostri che lo perseguitano, c’è un uomo terrorizzato dalla possibilità di restare solo. Un uomo che continua a impugnare la spada per pura inerzia, nonostante il peso di una rottura interiore ormai insanabile.

Ed è proprio qui che Berserk supera il perimetro del fantasy per toccare il territorio del grande cinema. Perché la violenza non diventa mai semplice spettacolo o intrattenimento ma rimane sempre legata ai corpi, alle emozioni e alle ferite dei personaggi. Ogni battaglia lascia addosso una conseguenza, fisica o emotiva. È quello che accade in Taxi Driver, Apocalypse Now, o Il cacciatore, film che hanno già esplorato questi conflitti e continuano a parlarci ancora oggi perché ci costringono a guardare negli occhi ciò che normalmente preferiremmo ignorare. La solitudine. L’alienazione. La paura di fallire. Il bisogno disperato di sentirsi accettati.

E forse è per questo che Berserk continua a ossessionarci e a parlare così tanto di noi. Sotto tutto quell’incubo, Kentaro Miura realizza uno specchio distorto e implacabile del presente, raccontandoci una società che ci chiede continuamente di essere forti, invincibili, produttivi. Anche quando qualcosa dentro di noi è già andato in frantumi da tempo.

STAZIONE CINEMA © Riproduzione riservata

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