In una celebre canzone di protesta folk-rock del 1965, che si chiama Eve of Destruction e che, nella sua versione più nota è cantata da Barry McGuire , c’è un verso che recita: «You’re old enough to kill, but not for votin’ / Sei abbastanza grande per uccidere, ma non per votare». In questa singola frase è racchiusa l’essenza profonda di ciò che la guerra è sempre stata, al di là dei trattati storici e delle celebrazioni patriottiche: un gigantesco, tragico nonsense umano.
Il cinema ha spesso ceduto alla tentazione di raccontare il conflitto attraverso la lente dell’eroismo, della strategia militare o del sacrificio epico. Esiste, però, un filone di registi che ha scelto la strada opposta, quella più difficile e sincera in cui la guerra viene spogliata di ogni retorica, per mostrarne la pura assurdità. Che sia attraverso la satira feroce, il paradosso burocratico o l’orrore allucinatorio, queste pellicole ci ricordano che quando le armi iniziano a parlare, la logica umana è sempre la prima a morire.
Ho pensato, quindi, ad alcune tappe fondamentali, dal 1930 ai giorni nostri, per muoversi attraverso la follia del conflitto. Ho voluto evitare i titoli più scontati, quelli che si trovano in ogni classica lista sul web, per andare a pescare anche perle più nascoste, viscerali o satiriche. Troverete qualche volto noto, certo, ma soprattutto pellicole che scavano dove gli altri non guardano. Ecco la mia selezione.
- ALL’OVEST NIENTE DI NUOVO (1930, di Lewis Milestone): Il film mette a nudo la terribile discrepanza tra la propaganda bellica e la realtà del fronte. Mostra come professori e intellettuali, rimasti al sicuro nelle retrovie, esaltino il patriottismo spingendo i giovani ad arruolarsi, per poi mandarli a morire come carne da macello nel fango delle trincee per conquistare pochi metri di terra insignificanti.
- TUTTI A CASA (1960, di Luigi Comencini): Ambientato nei giorni immediatamente successivi all’8 settembre 1943, il film fotografa il momento esatto in cui le regole della guerra saltano: gli alleati diventano nemici, i vecchi nemici diventano alleati, e i comandi militari svaniscono nel nulla. La celebre frase di Alberto Sordi al telefono («I tedeschi si sono alleati con i nemici!») è il manifesto di un esercito abbandonato a se stesso che cerca solo di ritrovare la propria umanità tornando a casa.
- COMMA 22 (1970, di Mike Nichols): Tratto dal capolavoro di Joseph Heller, introduce una regola militare folle: solo chi è pazzo può chiedere l’esenzione dalle missioni di volo. Tuttavia, nel momento in cui un soldato chiede l’esenzione dimostra di avere paura della morte, il che è un sintomo di assoluta sanità mentale. Di conseguenza, è obbligato a volare. Una trappola mentale senza via d’uscita che evidenzia come la burocrazia militare si autoalimenti della sua stessa follia.
- E JOHNNY PRESE IL FUCILE (1971, di Dalton Trumbo): Un giovane soldato si risveglia l’ultimo giorno della Prima Guerra Mondiale privato di braccia, gambe, vista, udito e parola a causa di un’esplosione, ma con la mente perfettamente lucida. La sua colpa è essere diventato un esperimento medico per le autorità militari che lo tengono in vita come un pezzo di carne senza nome. È la denuncia più spietata di come la macchina bellica disumanizzi il corpo umano.
- VA’ E VEDI (1985, di Elem Klimkov): Il conflitto vissuto attraverso gli occhi di Florya, un adolescente bielorusso che entra in guerra con l’entusiasmo ingenuo della giovinezza e ne esce nel giro di pochi giorni con il volto precocemente invecchiato e i capelli grigi. In questo capolavoro sovietico la violenza non ha alcuna logica strategica; è puro sadismo teatrale e delirio distruttivo da parte degli occupanti, che trasforma la realtà in un inferno sulla terra.
- NO MAN’S LAND (2001, di Danis Tanović): Un soldato bosniaco e uno serbo si ritrovano bloccati in una trincea nella terra di nessuno. Come se non bastasse la tensione, un terzo soldato è sdraiato sopra una mina saltapersona: se si muove, salteranno tutti in aria. Il film fotografa l’assurdità dell’odio etnico e l’inefficacia dei media e dei caschi blu, trasformando una tragedia umanitaria in una commedia dell’assurdo.
- VALZER CON BASHIR (2008, di Ari Folman): Questo documentario animato segue il regista nel tentativo di ricostruire i suoi ricordi legati alla guerra del Libano del 1982. L’uso dell’animazione visionaria ed espressionista rende i combattimenti urbani simili a un brutto sogno psichedelico, dimostrando come la mente umana preferisca letteralmente impazzire, allucinare o cancellare il passato pur di non accettare il nonsense del massacro.
- LAND OF MINE – SOTTO LA SABBIA (2015, di Martin Zandvliet): Maggio 1945, la Germania ha firmato la resa. Eppure, un gruppo di giovanissimi prigionieri di guerra tedeschi (poco più che bambini) viene costretto dall’esercito danese a sminare le spiagge del Mare del Nord a mani nude. Il film mostra l’assurdità della vendetta che si abbatte sulla generazione sbagliata, perpetuando la violenza anche in tempo di pace.
- QUO VADIS, AIDA? (2020, di Jasmila Žbanić): Ambientato durante il massacro di Srebrenica del 1995, il film segue un’interprete che lavora per le Nazioni Unite. L’orrore qui non è spettacolarizzato, ma viene raccontato attraverso la paralisi dei caschi blu dell’ONU, intrappolati in protocolli telefonici inutili, moduli da firmare e burocrati irraggiungibili mentre a pochi metri di distanza si consuma un genocidio.
- CIVIL WAR (2024, di Alex Garland): Garland immagina un’America distopica e frammentata in una guerra civile totale, vista attraverso gli occhi di un gruppo di fotoreporter. Non ci sono spiegazioni ideologiche, fazioni “buone” o motivazioni politiche chiare. Resta solo una violenza sorda, cieca e quotidiana che è diventata spaventosa routine per i cittadini, dimostrando che quando la società collassa, il conflitto perde anche l’ultimo briciolo di senso.
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