Gli U2 e il cinema: la colonna sonora di un’epoca lunga cinquant’anni

Gli U2 hanno sempre avuto con il cinema un rapporto particolare. La loro musica è entrata nei film, certo, ma in alcuni casi il cinema è diventato quasi un’estensione naturale del loro immaginario. Il punto interessante è capire cosa succede quando una loro canzone smette di appartenere soltanto alla band e viene accostata a un’immagine, a un personaggio o a una storia. Per far questo, però, bisogna partire dal principio, senza scivolare nell’ennesima “operazione Wikipedia”.

La genesi della band la conosciamo: nel 1976, alla Mount Temple Comprehensive School di Dublino, Larry Mullen Jr. mette un annuncio su una bacheca. Cerca musicisti per formare una band. A rispondere sono Paul Hewson, David Evans e Adam Clayton. Quattro ragazzi e una sala prove di Dublino.

Da quel momento comincia una storia che attraverserà cinquant’anni di musica, cultura popolare e trasformazioni artistiche. Per il nostro discorso, però, occorre soprattutto seguire gli incontri con il cinema. Canzoni già esistenti che trovano un nuovo significato dentro una scena, brani scritti a partire da un film, collaborazioni con registi e occasioni in cui la musica degli U2 diventa parte della forma stessa di un’opera.

Gli anni Ottanta rappresentano l’inizio di questo percorso, mentre nel decennio successivo il rapporto tra band e Settima Arte assume una dimensione sempre più precisa. Dopo i successi di The Unforgettable Fire e The Joshua Tree, arrivano Achtung Baby e Zooropa, gli album in cui gli U2 moltiplicano identità, linguaggi e riferimenti visivi. La trasformazione passa anche dalla dimensione spettacolare della band, dai videoclip ai concerti, fino alla creazione di personaggi e alter ego.

In questo passaggio entra in scena Wim Wenders.

Uscito nel 1991, Fino alla fine del mondo mette insieme fantascienza, viaggio e memoria, trovando nella musica degli U2 un elemento particolarmente congeniale al proprio universo. Until the End of the World condivide il titolo con l’opera di Wenders e, inserita nel racconto, acquista una nuova dimensione, legandosi ai luoghi, ai volti e alle immagini del film fino a diventare parte integrante di quell’immaginario cinematografico.

Il rapporto tra Wenders e gli U2 prosegue poco dopo con Così lontano, così vicino!, ampliando una collaborazione che diventa uno dei primi incontri davvero significativi tra la band e un autore cinematografico. La musica trova posto nel cinema di Wenders perché sembra parlare la stessa lingua delle sue immagini, fatta di movimento, memoria, viaggio e ricerca.

Poi arriva Gotham City, con Hold Me, Thrill Me, Kiss Me, Kill Me che entra nella colonna sonora di Batman Forever (Joel Schumacher, 1995). Ed è una scelta che si inserisce perfettamente nella dimensione spettacolare e fortemente visiva che gli U2 avevano sviluppato in quegli anni. Gotham sembra quasi un’estensione naturale di quell’immaginario. Il videoclip porta questa sovrapposizione a un livello ancora superiore e trasforma gli U2 in personaggi animati dell’universo di Batman. The Fly e MacPhisto compaiono accanto ai protagonisti del fumetto, mentre la band passa dalla dimensione del palco a quella del disegno.

Con Gangs of New York il movimento cambia. Martin Scorsese chiede agli U2 un brano originale per il film, con Bono e The Edge che lavorano sulla storia raccontata dal regista, sulla New York dell’Ottocento e soprattutto sul tema dell’immigrazione. Nasce The Hands That Built America. E questa volta è il cinema ad entrare nella canzone, attraverso la storia della città, le generazioni che l’hanno vissuta e il rapporto tra immigrazione e costruzione dell’America. Il brano è quindi legato a Gangs of New York in maniera molto più profonda rispetto a una semplice presenza nella colonna sonora. La canzone nasce dal mondo del film e ne conserva il peso storico, diventando una sorta di memoria musicale della città raccontata da Scorsese.

Con The Million Dollar Hotel il confine tra cinema e musica si assottiglia ancora di più. Il film di Wim Wenders nasce da una storia di Bono, sviluppata insieme al regista, e coinvolge direttamente il mondo degli U2. La musica assume un ruolo centrale nella costruzione dell’opera e il progetto mette insieme cinema, scrittura e composizione in un processo nel quale i diversi linguaggi finiscono per alimentarsi a vicenda. Diventa, infatti, difficile stabilire dove cominci la colonna sonora e dove finisca il film. La musica contribuisce a definire i personaggi, gli spazi e l’atmosfera, mentre il cinema offre alla musica una storia e un universo dentro cui muoversi. È proprio questa sovrapposizione a rendere The Million Dollar Hotel uno dei casi più significativi del rapporto tra gli U2 e il cinema.

È pacifico che il percorso possa prendere anche la direzione opposta. Nel 1988, ad esempio, Phil Joanou segue gli U2 durante il tour di The Joshua Tree e realizza Rattle and Hum, alternando concerti, backstage, incontri e momenti più intimi. La musica resta al centro, ma il passaggio sul grande schermo cambia la prospettiva. Gli U2 diventano materia cinematografica e Joanou può osservarli oltre la dimensione del palco, costruendo attraverso il montaggio un ritratto della band nel momento della sua massima esposizione internazionale. Rattle and Hum racconta così anche il rapporto degli U2 con l’immagine, con l’America e con la propria stessa rappresentazione. È un passaggio importante perché il cinema, in questo caso, non utilizza semplicemente la musica della band ma guarda direttamente gli U2 e prova a trasformare la loro esperienza musicale in racconto.

Sono incontri diversi e proprio per questo raccontano qualcosa di più di una semplice presenza degli U2 sul grande schermo. Una canzone può trovare nel cinema un volto, un luogo o una storia capaci di modificarne la percezione, così come una scena può legarsi in modo indissolubile alla musica che la accompagna. È questo il terreno in cui la scrittura degli U2 incontra il cinema con particolare frequenza, attraversando temi come la memoria, la guerra, la fede, l’amore, la politica, l’identità, il viaggio e il rapporto con l’America.

Siamo a ottobre del 2026 e gli U2 hanno appena compiuto cinquant’anni. Un’occasione perfetta per tornare sulla loro storia anche attraverso il cinema. Da qui nasce la mia selezione. Dieci canzoni degli U2, legate ad altrettanti film, per seguire alcune delle forme che questo rapporto ha assunto nel tempo. Brani già esistenti che acquistano un nuovo significato dentro una scena, canzoni nate a partire da una storia cinematografica, musica che diventa parte dell’identità di un’opera e incontri nei quali gli immaginari della band e del film finiscono per sovrapporsi. Dieci canzoni. Un modo per tornare a guardare il cinema attraverso la musica degli U2 e ascoltare gli U2 anche attraverso le immagini.

Until The End of the World (Fino alla fine del mondo di Wim Wenders, 1991)

Where The Streets Have No Name (Fearless – Senza paura di Peter Weir, 1993)

All I Want Is You (Giovani, carini e disoccupati di Ben Stiller, 1994)

With or Without You (Follia esplosiva di Stephen Hopkins, 1994)

If God Will Send His Angels (City of Angels – La città degli angeli di Brad Siberling, 1998)

The Ground Beneath Her Feet (The Million Dollar Hotel di Wim Wenders, 2000)

One (The Family Man di Brett Ratner, 2000)

Sunday Bloody Sunday (Bloody Sunday di Paul Greengrass, 2002)

The Hands That Built America (Gangs of New York di Martin Scorsese, 2002)

Ultra Violet (Cambia la tua vita con un click di Frank Coraci, 2006)

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