Ghiaccio (2022), di Fabrizio Moro e Alessio De Leonardis

Qualche tempo fa, durante un’intervista alla Palestra Popolare Quarticciolo (che, se volete, potete leggere qui), un allenatore mi disse a denti stretti che il problema non è portare i ragazzi sul ring, ma tenerceli abbastanza a lungo da sottrarli a tutto il resto. Questo perché il Quarticciolo è una di quelle zone di Roma dove la parola “impegnativo” rischia di essere solo un modo elegante per girare attorno ai problemi. Qui lo sport assume una funzione precisa. Unisce, organizza il tempo, impone una disciplina che altrove fatica a trovare spazio. La palestra diventa, allora, un punto di riferimento quotidiano. Un luogo attraversato da storie diverse che, sul ring, trovano un momento di equilibrio.

Alla ricerca di questo equilibrio si muove Ghiaccio, esordio alla regia di Fabrizio Moro insieme ad Alessio De Leonardis. Un film che passa dai guantoni, ma che non si limita ad affidare alla boxe la soluzione definitiva di quei problemi che restano fuori dalla palestra. Anche se (ve l’assicuro…) quando i guantoni ve li infilate, la testa si libera sul serio. I registi, infatti, fanno una scelta di campo ben precisa, e anche intelligente, strappando via quell’alone di “magia” che il cinema cuce spesso addosso allo sport. In un panorama che troppo frequentemente estetizza la borgata trasformandola in un set per epopee criminali, la pellicola sceglie una via onesta e senza fronzoli.

Questa onestà la percepisci addosso ai protagonisti. Giacomo Ferrara compie un’operazione di pulizia radicale spogliandosi della maschera istrionica di Suburra, per restituirci un Giorgio fatto di sguardi bassi e una rabbia che sembra implodere anziché esplodere. Accanto a lui, Vinicio Marchioni scolpisce un Massimo monumentale nella sua stanchezza. È un mentore privo di retorica, lontano da certe caricature cinematografiche fatte di incitamenti facili. Un uomo che porta i segni della vita scavati sul volto e che sembra aver imparato da un pezzo come, in certi quartieri, il riscatto non sia mai un regalo ma una tassa che si paga col sangue.

Ma le corde di Ghiaccio sono larghe e si nutrono anche di figure che danno carne e fiato al contesto sociale: dalla fragilità di Lidia Vitale, capace di incarnare una maternità sospesa tra rassegnazione e protezione, alla presenza di Beatrice Bartoni, barlume di una normalità sempre minacciata, fino a Sara Cardinaletti che, nel ruolo di Floriana, è l’impronta di chi prova a restare umano in mezzo ai lupi. Aggiungiamoci anche la minaccia di Claudio Camilli che aleggia per tutto il film, ed ecco delineato quel sottobosco di affetti e minacce che definisce la periferia.

Tuttavia, proprio perché siamo di fronte a un’opera prima appassionata, è giusto evidenziarne alcuni limiti strutturali. La regia di Moro e De Leonardis ha a tratti il fiato corto e la sceneggiatura, in qualche passaggio, sembra girare a vuoto e si rifugia nei binari sicuri e già visti del genere sportivo, rendendo la parte centrale del racconto un po’ prevedibile. Ci sono ingenuità che pesano, specialmente in una risoluzione con il mondo criminale che appare quasi troppo agevole, un automatismo che rischia di annacquare la ferocia del contesto. Anche la macchina da presa, pur regalando scene di boxe girate con la giusta adrenalina e credibilità (cosa piuttosto rara), finisce a volte per compiacersi, girando a vuoto tra rallenty ed estetismi che tolgono ritmo anziché aggiungere sostanza.

L’ottima e struggente colonna sonora, firmata da Fabrizio Moro, se da un lato accompagna bene il battito cardiaco dei match, dall’altro rischia talvolta di essere fin troppo presente, quasi a voler guidare lo spettatore “per mano” verso la commozione invece di lasciare che sia l’immagine a parlare. Eppure, nonostante queste incertezze tipiche degli esordi, il film ha il merito di non adagiarsi su una morale facile.

Il punto di rottura risiede infatti in un finale che molti hanno liquidato come una tragica fatalità, ma che a un occhio più attento rivela un’ambiguità inquietante. C’è un elemento che funge da catalizzatore: una felpa con la scritta “Totti”. Un simbolo di appartenenza che in teoria dovrebbe proteggere e che invece, nel momento cruciale, diventa un bersaglio luminoso. Giorgio consegna quella felpa a Massimo, l’uomo che lo sta salvando, in un momento in cui l’invisibilità è l’unica difesa rimasta. È davvero possibile che un ragazzo cresciuto a pane e strada, abituato a leggere il pericolo in ogni ombra, commetta un errore così grossolano? La voce fuori campo ci martella con un dubbio: “Non so se sono buono o cattivo…“. Questa confessione postuma cambia completamente la prospettiva del film.

Che si tratti di una svista fatale o di un calcolo spietato, il dubbio resta a sporcare la purezza del riscatto. Giorgio è un sopravvissuto, uno di quelli che restano in piedi mentre gli altri cadono. Non per forza un eroe candido. Ed è proprio qui che Ghiaccio trova la sua forza e ci ricorda che per “sottrarsi” a certi contesti, la disciplina dello sport non sempre basta. E la libertà ha un prezzo ingiustificabile per la morale del ring, il sospetto atroce di dover bruciare tutto quello che ci circonda pur di essere finalmente liberi.

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SCHEDA TECNICA

Regia: Fabrizio Moro e Alessio De Leonardis

Genere: Drammatico, Sportivo

Paese: Italia

Durata: 95 min.

Con: Giacomo Ferrara, Vinicio Marchioni, Claudio Camilli, Lidia Vitale, Sara Cardinaletti, Beatrice Bartoni

Casa di Produzione: La Casa RossaTenderstories

Distribuzione in italiano: Vision DistributionUniversal Pictures

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STAZIONE CINEMA © Riproduzione riservata

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