L’illusione della profondità: Perché l’horror contemporaneo ha paura della regia

L’orrore cinematografico vive oggi un paradosso insostenibile: non si è mai prodotto così tanto, eppure non si è mai respirato un vuoto d’idee così radicale.

Il punto non è inseguire il rimpianto per un’epoca irripetibile o negare che il presente sappia ancora generare eccezioni di valore. Il problema è il modo in cui queste stesse eccezioni vengono rapidamente inghiottite e sterilizzate da un’offerta attuale ipertrofica. Da un lato c’è la fiera del grottesco a tavolino, il concept acchiappalike, lo slasher usa e getta tirato via in fretta e furia per occupare spazio sulle piattaforme o il riciclo del super classico ridotto a semplice evento da calendario. Dall’altro, per reazione simmetrica, la tendenza dominante della critica e dei festival è quella di trincerarsi nel recinto protetto del cosiddetto elevated horror, scambiando la rinuncia al genere per un merito artistico.

Il cortocircuito attuale nasce da un’incomprensione di fondo su cosa renda un’opera d’orrore davvero incisiva. La critica contemporanea, spesso intimorita dalla matrice popolare del genere, ha coniato o abbracciato etichette comode per giustificare la propria attenzione. Si tende a premiare il film che spiega le proprie intenzioni, che esibisce il trauma con un’eleganza illustrativa o che sostituisce la tensione con una patina autoriale programmaticamente fredda. Si crea così l’illusione che per fare grande cinema dell’orrore sia necessario depurarlo della sua carica eversiva, trasformandolo in una dissertazione psicologica da salotto.

Negli ultimi anni si è consolidato l’automatismo secondo cui la dilatazione dei tempi, l’astrazione visiva e la tematizzazione esplicita dei disagi psicologici o sociali, come il lutto, le fratture familiari e la depressione, costituiscano di per sé un indicatore di valore artistico. In questa prospettiva, la paura finisce col perdere la sua natura di dispositivo fenomenologico innescato dalla regia, e si riduce a un concetto astratto da decodificare a posteriori. Quella stessa dilatazione dei tempi, che nel grande cinema è una precisa scelta di regia volta a costruire tensione, qui diventa un vuoto di idee travestito da profondità, sistematicamente giustificato attribuendo al pubblico un presunto difetto di lettura, come se la pesantezza formale fosse l’inevitabile pegno da pagare per una presunta maturità del genere.

Il limite di gran parte del post-horror contemporaneo risiede nell’abbandono della forma in favore della didascalia. La metafora psicologica diventa un alibi operativo. Si utilizza il trauma come pretesto per giustificare la carenza di tensione, scambiando la freddezza della messa in scena per profondità concettuale. Quando il film rinuncia a essere un’esperienza sensoriale per trasformarsi nella traduzione illustrata di una tesi sociologica, il cinema di genere perde la sua ragione d’essere e neutralizza la forza visiva.

L’errore sta nel trattare l’impatto viscerale come fosse una colpa da superare. La fragilità di questa impostazione appare evidente se confrontata con i modelli degli anni Settanta, a partire da L’esorcista di William Friedkin. L’opera del 1973 non ha bisogno di etichette autoriali preventive per legittimarsi, né si scherma dietro la distanza ironica. Eppure regge un’architettura pesantissima: il collasso della famiglia borghese, il limite della scienza davanti all’inspiegabile, l’oppressione del senso di colpa e dell’abbandono, fino all’angoscia di un Male che si rifiuta di farsi spiegare dalla psicologia clinica. Il film usa la paura nella sua forma più grezza e spietata, trasformandola nell’unico veicolo possibile per indagare il sacro e la fragilità umana.

La distanza rispetto alle tendenze odierne sta proprio nel modo in cui la regia traduce i temi in grammatica visiva. Ne L’esorcista la riflessione teorica rifiuta la scorciatoia del dialogo esplicito o dell’allegoria trasparente. Il crollo delle certezze razionali passa attraverso la materialità pura della messa in scena: il rigore quasi documentaristico degli esami medici, la geometria gelida degli spazi ospedalieri, la degradazione fisica dei corpi e la consistenza tangibile del gelo nella stanza. Il significato dell’opera vive esclusivamente nell’impatto formale, acustico e spaziale delle immagini, senza bisogno di alcuna nota a margine.

Alla fine è una scelta di comodo. Lavorare sul tempo, sul suono e sullo spazio significa rischiare il fallimento formale a ogni inquadratura: basta un secondo sbagliato per far crollare la tensione e cadere nel ridicolo. Rifugiarsi nella metafora del trauma garantisce invece una rete di protezione. Il tema nobile fa da scudo, e quando la messa in scena non muove un muscolo si fa presto a spostare la colpa sulla presunta difettosa sensibilità di chi guarda.

L’horror contemporaneo ha perso fiducia nei propri mezzi. È questa la mia idea. Ha scambiato l’incapacità di spaventare per raffinatezza teorica, liquidando la paura carnale come un retaggio primitivo. E finché l’illustrazione di un’idea sostituirà l’atto della regia, l’abbondanza di titoli sul mercato certificherà una sola cosa: l’incapacità cronica di fare cinema e il totale fallimento della messa in scena.

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