Il corpo che invecchia e cede è l’unico vero atto di sabotaggio rimasto contro la finzione della società dello spettacolo.
Quando mi trovo a riascoltare American IV: The Man Comes Around (e di tanto in tanto mi capita), finisco sempre per incagliarmi dentro Hurt. Nel 2002 Johnny Cash ha pescato un pezzo nato nell’universo discografico dei Nine Inch Nails e lo ha spogliato delle distorsioni industriali e dei sintetizzatori di Trent Reznor, per ridurlo a una ballata acustica feroce. Nel videoclip diretto da Mark Romanek, la macchina da presa si muove tra le stanze ormai decadenti della House of Cash, soffermandosi su dischi d’oro e cimeli storici.
Tutta quella gloria passata appare come un cumulo di reperti impolverati, testimoni silenziosi di una corsa arrivata ormai alla fine. Quando le inquadrature stringono sulle mani del Man in Black che tremano sulle corde, il video inchioda lo spettatore al peso reale degli anni, senza l’utilizzo di alcuna finzione scenica. La sua fragilità fisica si trasforma, così, in una dichiarazione quasi politica contro un mondo dello spettacolo che esige la perfezione a tutti i costi.
Viene da pensare che in fondo sia sempre stato questo, l’ultimo cowboy della musica: un uomo abituato a cavalcare dritto dentro il crepuscolo, con la chitarra a tracolla al posto di un inutile fucile, consapevole di non poter sfuggire al proprio decadimento.

Questa sua operazione d’addio dialoga direttamente con una precisa e coraggiosa tendenza del cinema d’autore, soprattutto Made in USA. Quella narrazione dell’anti-riscatto in cui continuo a rintracciare la parte più vera delle storie che mi interessa raccontare. C’è, infatti, un filo conduttore che unisce le mani tremanti di Johnny Cash a due film straordinari, capaci di spogliare l’America di ogni finzione. Sono Una storia vera (1999) di David Lynch e Un uomo da marciapiede (1969) di John Schlesinger.
Prendiamo il primo di questi due viaggi. Quando Cash canta di essere seduto sulla sua liar’s chair, la sedia del bugiardo, circondato da pensieri che non si possono più aggiustare, viene naturale pensare ad Alvin Straight, il vecchio protagonista del film di Lynch. Alvin ha settantatré anni, le gambe distrutte, l’enfisema, e un passato di alcolismo e traumi di guerra che gli pesa su ogni respiro. Quando scopre che suo fratello Lyle ha avuto un infarto, decide di percorrere centinaia di chilometri su un vecchio trattorino tosaerba solo per andare a riappacificarsi con lui. La sua è una marcia silenziosa che si muove sullo stesso tempo lento e ostinato di quella ballata.
In questo scenario, David Lynch fa una scelta radicale: mette da parte le sue ossessioni oniriche e sceglie di filmare una realtà senza trucchi, assecondando la reale e grave malattia di Richard Farnsworth, che nel film interpreta Alvin. Non c’è bisogno di recitazione melodrammatica quando hai davanti un uomo che sta lottando davvero contro il proprio declino. Lynch lo sa e rallenta il ritmo della narrazione per adattarlo ai tempi di quel vecchio motore scassato e al respiro affannoso del suo protagonista. È un’operazione spoglia, che assomiglia moltissimo a quella chitarra acustica che accompagna la voce consumata di Johnny Cash.
Anche l’incontro finale tra i due fratelli rifiuta qualsiasi spettacolarizzazione. Alvin e Lyle si scambiano solo pochissime e secche parole, col secondo che guarda il trattorino nel cortile e capisce tutto in un attimo. Il tempo perso a odiarsi resta lì sullo sfondo, non si cancella, eppure i protagonisti scelgono semplicemente di sedersi insieme sotto il portico a guardare le stelle. È il punto d’arrivo di quel viaggio ostinato, l’unico accordo possibile per chiudere la storia.

Se il viaggio di Alvin Straight finisce su quel portico, immobile sotto le stelle, quello di Joe Buck (Jon Voight) comincia con il movimento opposto. In Un uomo da marciapiede, John Schlesinger prende lo stesso archetipo dell’uomo del West e lo scaraventa sull’asfalto di New York, ma spogliandolo di ogni carica eroica. Il protagonista arriva nella metropoli convinto di fare soldi facili vendendosi come gigolò, ma la sua fantasia si scontra subito con la miseria della strada. La sua diventa, allora, una lotta quotidiana per la sopravvivenza che lo costringe a mettere sul mercato l’unica cosa che possiede, ovvero il proprio corpo.
Schlesinger fa con il cinema la stessa identica cosa che Cash fa con la musica.
E vi spiego in che modo.
Se il Man in Black prende il country per ripulirlo da tutta quella retorica da famiglia felice e bandiere al vento, Schlesinger fa lo stesso col West: lo svuota dell’illusione che là fuori ci sia una terra promessa da conquistare, lasciandoci solo il guscio vuoto. Che è proprio quello che accade a Joe Buck, vestito da cowboy ma senza un soldo in tasca.
La storia di Rico (Ratso nella versione originale), in quest’ottica, simboleggia il crollo dell’intero sistema. E il viaggio verso il sole del sud, che nella logica classica doveva rappresentare il riscatto e la rinascita dei due protagonisti, si scontra ancora una volta col tramonto di un corpo che non ce la fa più. Si torna al punto di partenza, quindi. Con le parole di Hurt che sembrano scritte per accompagnare quell’inquadratura finale in cui l’autobus corre verso il nulla, con un cadavere seduto sul sedile accanto a Joe.

C’è un motivo se l’industria dello spettacolo nasconde il declino, o al massimo lo accetta solo quando serve a confezionare un’impresa eroica. E c’è un motivo se Johnny Cash, invece, decide di metterlo a nudo. La faccenda è abbastanza semplice: il mercato esige il lieto fine per poterti vendere un’illusione. Mostrare la debolezza per quella che è, senza sconti, diventa allora un vero e proprio atto di sabotaggio contro un mondo che ci vuole sempre produttivi, giovani e pronti al consumo.
Johnny Cash, John Schlesinger e David Lynch si incontrano esattamente qui. Scelgono l’errore, la ruga e la sconfitta come le uniche cose rimaste davvero autentiche. Perché la vecchiaia e il fallimento non sono colpe da nascondere o incidenti di percorso da riscattare a tutti i costi. Sono, molto più semplicemente, i pezzi con cui siamo costruiti. In un panorama ossessionato dalla performance, l’accordo faticoso di Hurt, il corpo che cede di Rico (Dustin Hoffman) Rizzo e lo sguardo stanco di Alvin Straight fanno saltare il banco. Salvano lo scarto e ci costringono a guardare proprio là dove la logica dei consumi vede solo qualcosa da buttare.
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