Resurrection (2025), di Bi Gan

Io non sogno quasi mai. O, almeno, i sogni che faccio non me li ricordo se non in rari casi o in situazioni eccezionali a cui, poi, ripenso per giorni. Di Resurrection ne avevo già sentito parlare a maggio del 2025, quando il film diretto da Bi Gan si era aggiudicato le Prix Spécial al Festival di Cannes. Poi è arrivata l’uscita sul mercato cinese, francese e britannico verso la fine dell’anno. Da noi arriverà in sala il 23 aprile prossimo, grazie ad I Wonder Pictures, e sarà interessante capire come verrà accolto, considerando che parliamo di un’opera davvero ambiziosa e fortemente autoriale.

Se pensiamo, ad esempio, ai costi di produzione, la questione è emblematica.

Resurrection ha potuto contare su un budget stimato di circa 56 milioni di dollari (quasi 400 milioni di yuan), una cifra notevole per un film di questo tipo, finanziata principalmente da Huace Pictures e Dangmai Films sulla base di speculazioni legate alla scala della produzione. In Cina ha esordito nel weekend del 21-23 novembre 2025 raccogliendo 16,5 milioni di dollari e piazzandosi in testa alla classifica del botteghino nazionale.

Tuttavia, l’incasso totale worldwide si attesta su cifre molto più modeste fuori dal mercato cinese, con una componente internazionale limitata ad alcuni milioni di dollari. Questi numeri evidenziano una chiara sproporzione tra l’investimento sostenuto e i risultati commerciali complessivi, facendo di Resurrection un caso paradigmatico di cinema ad alto rischio produttivo.

Bi Gan – Photo Credit: Dangmai Films

Tornando al punto da cui ero partito, quello del non sognare o ricordare i sogni, è proprio in questo ambito che si colloca il film di Bi Gan. Il regista cinese immagina un mondo in cui l’umanità ha deciso di rinunciare ai sogni per sottrarsi alla morte, scegliendo un’immortalità che, in realtà, è solo una grande anestesia. Dentro questo spazio sospeso si muovono i cosiddetti Deliranti, creature che continuano ostinatamente a sognare e che, proprio per questo, diventano un’anomalia, un pericolo. Quasi una malattia da contenere. Il paradosso, a questo punto, è evidente. Il sogno diventa l’ultima traccia di fragilità umana, ma anche l’unica possibilità di vivere un’esperienza davvero autentica.

Il risultato è un film delirante quanto i suoi personaggi, eppure magnifico. Le due ore e quaranta possono intimorire, ma una volta entrati nel suo ritmo il flusso delle immagini prende il sopravvento e diventa difficile restare impassibili.

Il titolo originale è Kuángyě Shídài, che tradotto in italiano evoca tempi selvaggi. Al centro della storia c’è un Deliriante interpretato da Jackson Yee, una creatura onirica che si reincarna attraverso visioni e vite parallele. Shu Qi è il Grande Altro, l’autorità che lo perseguita e che, alla fine, gli concede gli ultimi sogni installandogli un proiettore nel corpo, in un gesto di crudele pietà. Il film è profondamente meta-cinematografico, poiché già nelle prime sequenze, Shu Qi rompe la quarta parete, facendo del cinema stesso uno strumento di sogno e di memoria. La narrazione resta volutamente esile e frammentaria, ed è un pretesto per immergersi nel potere stesso delle immagini.

Un frame iniziale di Resurrection – Photo Credit: Dong Jingsong

Si articola in sei sezioni che corrispondono ai sei sensi della tradizione buddhista Chan, dalla vista fino alla mente. Ogni capitolo porta il Delirante in un’epoca diversa del Novecento cinese, omaggiando uno stile cinematografico ben preciso con una classe infinita.

Il prologo dedicato alla vista si apre come puro cinema muto: aspect ratio in 1.33:1, intertitoli eleganti e scenografie espressioniste tedesche. Qui il Delirante appare come una figura mostruosa, sostanzialmente un ibrido tra un vampiro e una creatura dell’horror silenzioso, mentre Shu Qi lo insegue in una fumeria d’oppio (Noodles docet…) che si trasforma piano piano in un labirinto distorto. Nel frattempo, una mano gigante entra in campo e manipola la scena come un burattinaio. Il richiamo ai Lumière e al loro L’Arroseur Arrosé è chiarissimo e tornerà, proiettato all’interno del film stesso. Ogni immagine è ipnotica.

Poi irrompe il suono, e lo fa con una violenza quasi traumatica. Il Delirante si reincarna in un giovane accusato di omicidio (con tanto di penna stilografica conficcata nell’orecchio) e l’intero blocco diventa un noir spia degli anni Quaranta, nebbioso e frammentato, fatto di ombre, sussurri, rumori di treni e pioggia. Un theremin vibra nell’inquadratura mentre il suono diventa un’arma, segnando il passaggio doloroso dal muto al parlato.

L’udito in Resurrection – Photo Credit: Dong Jingsong

Da lì il film cambia registro nuovamente. Nel capitolo del gusto ci ritroviamo in un tempio buddhista, dove il Delirante è un ex monaco ridotto a ladro d’arte. Incontra lo Spirito dell’Amarezza, che assume le sembianze del padre che lui stesso aveva avvelenato anni prima. I due dialogano sotto la neve che cade, in un’atmosfera surreale tra folklore e rituale. L’amarezza storica e personale emerge con forza, tra echi della Grande Rivoluzione Culturale, sensi di colpa e un piccolo gesto di redenzione zen.

La sezione dell’olfatto è invece più leggera e tragicomica, ambientata tra gli anni Ottanta e Novanta. Il Delirante recluta una bambina orfana per truffare a carte, fingendo di indovinarle dall’odore. Tra i due nasce una relazione pragmatica ma sorprendentemente affettuosa, mentre il gangster di turno odora di formalina e le lettere bruciate portano un velo di rimpianto familiare. Qui lo stile si fa più elegante, quasi da commedia drammatica.

L’olfatto in Resurrection – Photo Credit: Dong Jingsong

Come naturale conseguenza, entriamo nel capitolo del tatto. Siamo nella notte del 31 dicembre 1999 e il Delirante è ora Apollo, un teppista impulsivo che non ha mai baciato nessuno, e che incontra una ragazza misteriosa in una città portuale piena di neon rossi. Pioggia, risse, karaoke, continui spostamenti tra interni ed esterni accompagnano una fuga notturna che si consuma all’alba su una chiatta.

Qui arriva il fluido piano sequenza di quasi trenta minuti, in cui la macchina da presa passa continuamente da un personaggio all’altro, girato a Chongqing con un virtuosismo impressionante. Tutto fluttua tra gli edifici fatiscenti mentre i due si avvicinano in un contatto fisico che mescola intimità, violenza e vampirismo. L’illuminazione di Wong Chi Ming è magistrale nel gestire il passaggio dal rosso intenso alla luce naturale del mattino.

L’intero film è avvolto dalla colonna sonora dagli M83, che crea un’atmosfera eterea e grandiosa allo stesso tempo. Synth ambient, archi e gli echi di Bernard Herrmann rivisti in chiave moderna funzionano benissimo e amplificano quel senso di delirio onirico che attraversa ogni sequenza. Poi ci sono dei motivi che tornano di continuo, come fili invisibili che legano tutte le sezioni. Candele di cera che si sciolgono lentamente in time-lapse, fuochi che bruciano scenografie e pellicola, specchi che creano labirinti, sigarette, figure di Buddha, improvvisi cambiamenti del tempo atmosferico.

Jackson Yee è Apollo – Photo Credit: Dong Jingsong

Il Delirante stesso assume sembianze di creatura gobba e ferita, una figura quasi nosferatiana che sembra nascondere il film dentro di sé. Questi elementi migrano da un blocco all’altro, si trasformano ma restano riconoscibili. Alla fine il cinema sembra un organismo vivo che perde i sensi uno dopo l’altro, fino a ridursi alla sola mente, in un processo che culmina nell’epilogo della coscienza.

Bi Gan riflette così sul mezzo che ama da sempre. I Deliranti introducono disordine nella storia lineare e rendono possibili quei salti temporali. Resurrection ripercorre cento anni di cinema in modo molto concreto, dal muto all’espressionismo, dal noir al romanticismo di Wong Kar-wai, dal realismo portuale di Jia Zhangke fino al long take che dialoga con Sokurov ma conserva un tremore umano e imperfetto. Ogni richiamo non è citazionismo fine a sé stesso, ma serve a spingere avanti il flusso del racconto.

Non è un film per tutti, questo è chiaro. Si esce dalla sala con la sensazione di aver attraversato qualcosa di vivo e profondamente cinematografico, a patto di non guardare l’orologio (o il cellulare…) e lasciarsi davvero trasportare dalle immagini. Bi Gan crede ancora nella gioia semplice e potente del cinema vissuto in sala. E nel suo film celebra il Cinema come l’unico posto dove i sogni possono resuscitare in un mondo che ha scelto un’eternità sterile.

– – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – –

SCHEDA TECNICA

Titolo Originale: 狂野时代 (Kuángyě shídài)

Regia: Bi Gan

Genere: Fantascienza, Drammatico

Paese: Cina, Francia

Durata: 156 min.

Con: Jackson Yee, Shu Qi

Casa di Produzione: Huace Pictures, Dangmai Films, CG Cinéma, Arte France Cinéma, Obluda Films

Distribuzione in italiano: I Wonder Pictures

– – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – –

STAZIONE CINEMA © Riproduzione riservata

Lascia un commento

Crea un sito web o un blog su WordPress.com

Su ↑