Se c’è una cosa che il cinema sa fare meglio di qualsiasi altro linguaggio, è rendere desiderabile ciò che nella realtà susciterebbe solo paura o rifiuto. Il crimine, in questo senso, diventa uno dei terreni più fertili non per quello che rappresenta ma per come prende forma sul grande schermo, tra gesti, sguardi, spazi e ritmo. C’è un istante preciso, infatti, in cui lo spettatore smette di giudicare e si lascia catturare da quel mondo. All’improvviso la devianza si trasforma nell’unica via possibile verso un’esistenza davvero intensa, libera ed eccessiva. Abbiamo visto film che condannano il crimine con finali spietati, eppure per gran parte della loro durata permettono allo spettatore di abbandonarsi a quel fascino sbagliato. È lì che il cinema compie il suo gioco più sottile: rendendo seducente la violenza ma altrettanto memorabile la caduta.
Pensiamo a Bronx, che cattura quel preciso istante in cui il fascino del mondo criminale entra per la prima volta nella vita di un ragazzino. Calogero cresce in un quartiere popolare di New York, diviso tra due figure paterne opposte: da un lato il padre (Robert De Niro), autista di autobus onesto e retto, dall’altro Sonny (Chazz Palminteri), il boss carismatico della zona. Un giorno assiste all’omicidio commesso da quest’ultimo per una banale lite su un parcheggio e sceglie di tacere. Da quel momento Sonny lo prende sotto la sua protezione, gli trasmette le regole non scritte della strada e gli insegna cosa significhi ottenere rispetto con uno sguardo o una parola.
Sonny è pericoloso ma ha un codice. Parla poco e ogni suo movimento è misurato. La sua autorità nasce da una sicurezza che non ha bisogno di essere esibita. Lorenzo, il padre, prova a tenere il figlio lontano da quel mondo, lavora duro e insiste sull’onestà come unica strada possibile, ma per anni il fascino di Sonny resta più forte. Calogero è ammaliato da quella forma di vita luccicante, fatta di soldi, donne e rispetto. Tutto quello che la scuola e il lavoro promettono, ma che nei fatti non riescono mai a mantenere.

Ai suoi occhi il quartiere si trasforma in un regno piccolo ma assoluto, dove il potere locale appare come protezione e la violenza diventa uno strumento legittimo che assume i contorni della giustizia. In quello spazio Calogero osserva, assorbe e inizia a desiderare quella vita, mentre il film racconta proprio questa crescita, mostrando come il crimine si insinui nella mente di una persona molto prima di diventare una scelta.
Poi arriva il momento in cui quell’immagine si incrina. Sonny tira fuori Calogero da una scelta che avrebbe potuto costargli caro e poco dopo viene ucciso. Al funerale, il ragazzo si trova davanti a qualcosa che fino a quel momento non aveva mai davvero visto: la fragilità del potere e il vuoto che resta quando tutto finisce. Di Sonny resta una frase che pesa più di tutto, il talento sprecato è la cosa più triste del mondo, insieme alla consapevolezza che ogni scelta lascia un segno definitivo. In questo passaggio il fascino si ridimensiona, si confronta con la realtà e perde la sua forza assoluta.
Dentro Scarface, invece, questa trasformazione avviene in maniera più brutale, feroce, diretta e senza filtri. Oltre al denaro e al potere, Tony Montana conquista lo spazio dello sguardo. Tutto è costruito per amplificare la sua presenza, per renderla più grande, più rumorosa, pomposa e più evidente. Il fascino nasce da un eccesso che non conosce mezze misure e guardarlo significa entrare in una dimensione in cui ogni limite sembra superabile. Il problema è che l’immagine di Tony consuma tutto: la caduta arriva quando il personaggio ha già assunto una forma simbolica e il crimine si trasforma in linguaggio. Un linguaggio che continua a circolare anche fuori dal film, spesso svuotato delle sue conseguenze.

Ma quali sono queste conseguenze? Il film di Brian De Palma spinge tutto all’estremo, mettendo in scena un American Dream portato alle sue manifestazioni più materiali e violente. La macchina da presa divora lo spazio, le luci al neon trasformano Miami in un ambiente iperrealistico e iperstimolante, il montaggio trasfigura la violenza in spettacolo. Quando Tony pronuncia la sua equazione, prima i soldi, poi il potere, poi le donne, incarna la versione più radicale della promessa capitalista. Negli anni Ottanta, quel monologo diventa un riferimento per l’immaginario del gangsta rap nascente: ciò che sullo schermo dovrebbe funzionare come monito viene riletto come modello, quasi un business plan.
De Palma è perfettamente consapevole di questa ambiguità e la alimenta. Anziché respingere, la violenza seduce, e proprio in questa attrazione si compie il corto circuito. Tony finisce col perdere tutto: sua sorella, l’amico, la moglie e la lucidità. L’isolamento e la cocaina lo logorano prima ancora dei nemici, fino a trascinarlo in una sconfitta inevitabile. L’ultimo assedio è un massacro solitario, il corpo che cade nella fontana sotto il globo luminoso “The world is yours” chiude il cerchio con un’ironia feroce. Ha avuto il mondo per un attimo e lo ha dissolto insieme a sé stesso. Famiglia, legami, identità: tutto si sgretola. Il mito crolla nel sangue, e il fascino, finalmente, si spegne.
Con Quei bravi ragazzi, quel seme cresce e trova una forma compiuta nella vita adulta. Henry Hill lo dice subito, da bambino voleva fare il gangster ed effettivamente ci riesce. Tutto il film si costruisce su quella voce che ricorda, ride e si compiace, trascinando lo spettatore in una vita vissuta sempre col piede sull’acceleratore. Martin Scorsese lavora sul piacere di muoversi dentro un sistema perfettamente oliato, col fascino che nasce dalla facilità con cui ogni cosa sembra accadere. Il piano sequenza dentro il Copacabana, il montaggio che accelera fino a diventare febbre, la musica che accompagna pestaggi e omicidi senza mai interrompere il ritmo. Tutto contribuisce a costruire un’esperienza che annulla ogni distanza tra il film e lo spettatore.

La mafia italo-americana prende forma nella sua dimensione più quotidiana, tra pranzi, mogli, discussioni, e proprio in quella normalità diventa ancora più attraente. Il potere, il denaro, il rispetto, il senso di appartenenza. Henry, Jimmy e Tommy non ci vengono raccontate come figure eccezionali, ma come uomini che hanno trovato un modo più rapido e diretto di stare al mondo. Il crimine diventa, allora, una routine e la routine si trasforma in euforia. Rubare, spendere, ridere, sopravvivere. Tutto scorre senza interruzioni, senza conseguenze apparenti, come se quel sistema fosse destinato a durare per sempre. E qui il fascino raggiunge il suo punto più alto, nella sensazione che quella vita sia non solo possibile, ma anche sostenibile.
Anche in questo caso, però, la caduta arriva tanto improvvisa e convulsa, quanto inevitabile. Il ritmo si spezza di colpo e la sicurezza lascia il posto alla paranoia, con Henry che tradisce i suoi compagni, si salva a stento, entra nel programma di protezione testimoni e abbandona per sempre il mondo che lo aveva reso ciò che era. Si risveglia in una vita anonima, priva di denaro facile e di quell’intensità che aveva dato sapore alle sue giornate. Un’esistenza che pesa proprio perché ha conosciuto l’eccesso. La discesa si consuma nella ripetizione e in una quotidianità opprimente. Quando Henry si lamenta di dover vivere come un uomo qualunque, il film chiude il cerchio con una lucidità spietata. Il sogno si esaurisce del tutto e in quella normalità imposta emerge con chiarezza il prezzo reale di quel fascino.

Ragionando su questi tre film emerge un percorso chiaro. Il crimine appare prima come immagine assoluta, capace di attirare lo sguardo attraverso l’eccesso. Poi diventa un sistema fluido e quasi naturale, infine si trasforma in un modello che può essere interiorizzato, trasmesso e riprodotto. La vera questione non riguarda più soltanto ciò che viene mostrato, ma soprattutto il modo in cui il cinema lo rende desiderabile. È qui che il fascino diventa più forte della consapevolezza.
Da un lato questi film dimostrano una straordinaria capacità di raccontare i meccanismi del potere, della violenza e dell’appartenenza. Dall’altro, corrono il rischio costante di rendere tutto ciò seducente al punto da attenuarne il peso reale. Non si tratta di stabilire se queste opere giustifichino o condannino il crimine. Si tratta di riconoscere che, mentre lo mettono in scena, lo rendono anche attraente. E questa tensione rimane spesso aperta e irrisolta. Ed è esattamente per questo che continuano a funzionare e a disturbare.
Calogero, Henry Hill e Tony Montana incarnano tre momenti diversi di uno stesso fascino. Eppure, alla fine, nessuno di loro riesce a restarne padrone. È in questa tensione irrisolta che risiede la vera forza di queste opere. Il cinema non predica e non celebra. Non c’è inganno. Ci viene mostrato solo quanto siamo attratti da ciò che, nella realtà, ci costerebbe caro. Perché la seduzione dura due ore, ma il conto resta per sempre. E noi continuiamo a sederci in sala, consapevoli di quel gioco.
STAZIONE CINEMA © Riproduzione riservata
Lascia un commento