Ci sono luoghi in cui il tempo non passa mai e le ferite non si rimarginano. Dove i vicoli e i marciapiedi suonano da sempre la stessa canzone, come un disco graffiato che non smette di girare. È una canzone fatta di traumi mai risolti e silenzi che pesano più di mille parole. Sono le strofe di un dolore tramandato e di una giustizia a mano armata. Con Mystic River, Clint Eastwood porta la sua regia nella Boston proletaria e cattolica, per misurarsi col noir suburbano. Avrebbe potuto farlo in qualsiasi altra città, sia ben chiaro: da Detroit a Pittsburgh o Chicago ma il risultato sarebbe stato lo stesso. È un po’ il retrobottega del sogno americano: quello degli uomini che lavorano in silenzio, che bevono senza brindare e che portano dentro un dolore che è impossibile nominare. Un’America che non si evolve ma ristagna tossica e che ha smesso di crescere. Che si aggrappa all’illusione di poter tornare indietro senza considerare che la memoria non è mai un rifugio, ma solo una trappola.
Tre amici, nessun eroe. Solo uomini segnati da quello che non hanno mai avuto il coraggio di confessare. Jimmy, Sean, David. Tre nomi semplici. Tre vite spezzate dal peso di un’infanzia interrotta da un abominio che si insinua come una muffa morale, invisibile ma distruttiva. E quando il dramma sconvolge la vita di uno di loro, tutto torna a galla. Tutto riemerge a rimescolare cause, effetti e vendette travestite da giustizia. Clint Eastwood, qui, non cerca colpevoli ma riempie la trama di una critica sociale silenziosa ma potente. La colpa e il sospetto si insinuano nei rapporti più intimi, fin dentro la comfort zone familiare, senza fare sconti a nessuno.

Siamo nel 2003 e la sua è una regia invisibile che amplifica il dramma e lascia realmente spazio agli attori. È infatti il film in cui le interpretazioni raggiungono dei picchi vertiginosi. Nel film, Sean Penn non recita, erutta come un vulcano. Il suo dolore non è solo estetico ma animale. È padre, è figlio, è re e martire al tempo stesso. E con lui, Tim Robbins e Kevin Bacon danno vita a una triade meravigliosa che rievoca la tragedia greca: destino, colpa e impotenza. Eppure Eastwood non li celebra né lì esalta. Anzi, li restringe. Li chiude dentro le stanze strette di una città che li osserva e li giudica.
A livello registico, Mystic River è uno dei lavori più controllati e chirurgici di Clint Eastwood. I movimenti di macchina sono pochi e ben calibrati. Senza urla e senza particolari interventi. L’attore e regista di San Francisco osserva, come se fosse un testimone invisibile ma complice. Tutto è al servizio della gravità morale del racconto. E poi c’è il silenzio. Un silenzio che pesa e che soffoca. Luci naturali e movimenti lenti. Il montaggio minimale accompagna i colori desaturati e i toni tenui, a conferire una freddezza che però, attenzione, è solo apparente. Mystic River è infatti una tragedia greca, l’abbiamo detto, che trova il suo anfiteatro nei vicoli americani in cui i personaggi sono figure segnate e il cui destino appare già scritto. È un film in cui la redenzione non esiste e il dolore diventa l’anticamera di una vendetta più grande, sbagliata e istintiva.

E qui veniamo al cuore morale del film: qual è il confine tra giustizia e vendetta? La risposta ce la dà proprio Clint Eastwood: e forse quel confine non esiste, se la società a smesso di fidarsi della legge. Qui abbiamo un noir che sprofonda nella working class americana, dove la legge è lenta, incerta e inefficace, e dove, invece, la giustizia privata viaggia veloce. Si entra nel gioco del “noi contro loro”. Ma è un gioco che non diverte nessuno e che non porta alcun tipo di pace. Perché mostra solo un ordine che è apparente. Un equilibrio instabile costruito sul sospetto, in cui la vicinanza e l’amicizia diventano distanza. Una parata dove ognuno finge di sapere chi è ma nessuno crede più a niente. Anche qui, nulla è portato in scena per caso. Nemmeno il titolo, badate bene. Perché come le coscienze dei protagonisti, anche il fiume Mystic scorre lento, torbido e inquinato. È memoria liquida, trauma e destino. E quando Clint Eastwood ci porta sulle sponde di quel fiume, non ci chiede di capire ma di ascoltare. È un po’ come l’America che rifiuta di guardarsi dentro, evitando così di accettare il proprio dolore collettivo.
Con Mystic River, Eastwood entra in una nuova fase sella sua carriera: non è più il cinema dell’azione e dell’eroismo ma quello della disillusione. Qui il mito americano non crolla perché è sotto attacco ma si consuma lentamente, da solo. E quando ce ne accorgiamo è troppo tardi. Ci sono padri, figli, colpe e silenzi. C’è l’America vera. Quella che il nostro Clint non guarda più dalla sella di un cavallo ma dal bancone di un bar, con uno sguardo stanco e basso. Ed è proprio lui a dimostrarci come sia possibile raccontare l’oscurità dell’animo americano senza bisogno di rifarsi ai miti o agli eroi. È sufficiente il peso del dubbio, delle scelte e quello schiacciante delle proprie azioni. Tutto il resto è una conseguenza che viene da sé. E alla fine di tutto, il fiume Mystic è ancora lì. Senza mai dimenticare, ma semplicemente per raccontarci una storia silenziosa. E in quel silenzio c’è tutta la grandezza di un autore che, per raccontare l’America, ha scelto di smettere di idealizzarla.
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SCHEDA TECNICA
Regia: Clint Eastwood
Genere: Giallo, Noir, Drammatico, Thriller
Paese: USA
Durata: 138 min.
Con: Sean Penn, Kevin Bacon, Tim Robbins, Laurence Fishburne, Marcia Gay Harden, Laura Linney, Emmy Rossum, Tom Guiry
Casa di produzione: Warner Bros, Pictures, Village Roadshow Pictures, Malpaso Productions, NPV Entertainment
Distribuzione in italiano: Warner Bros.
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NB: questa recensione potete ascoltarla nel corso della prima puntata del Tucumcari Podcast.
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