Risate, abbracci e voci che si intrecciano. È il 5 ottobre del 1974 a Guildford, capoluogo di contea del Surrey, nel sud-est dell’Inghilterra. In quel sabato sera, le strade brulicano di persone spensierate che si godono il weekend appena iniziato. Sulla Epsom Road, appena incrociata Merrow Street, una coppia di fidanzati entra allegra in un pub. All’interno dell’Horse & Groom, il caldo e il fumo di sigaretta rendono l’aria viziata ma la musica ad alto volume e l’odore pungente della birra appena spillata coprono ogni cosa.
Seduta ai tavoli c’è gente di ogni età: ragazze e ragazzi, giovani, vecchi e adulti. Ma soprattutto ci sono i soldati. Oltre che dai civili, infatti, l’Horse & Groom è un pub frequentato in larga parte dai militari di Sua Maestà, che a fine giornata si ritrovano lì per una birra e qualche chiacchiera.
Due passi oltre la soglia e le porte che si chiudono alle spalle dei nuovi arrivati. Poi un boato improvviso. La deflagrazione manda in frantumi i vetri delle finestre e le porte di legno vengono dilaniate dall’onda d’urto. Schegge impazzite volano ovunque e le fiamme si alzano in pochi istanti. A terra, tra il fumo scuro che invade il locale, i primi corpi ostacolano la fuga di chi cerca un’uscita.

Il bilancio è di 65 feriti e cinque morti. Perdono la vita i soldati Caroline Slater di 18 anni, William Forsyth di 18, John Hunter di 17, Anna Hamilton di 19, e il civile Paul Craig di 21 anni. Sarà uno degli episodi più drammatici dei Northern Troubles, destinato a segnare l’opinione pubblica internazionale. È la storia dei Guildford Four. La storia che ha ispirato Nel nome del padre, film diretto da Jim Sheridan, con Daniel Day-Lewis, Pete Postlethwaite e una meravigliosa Emma Thompson.
L’Inghilterra del 1974 vive col fiato corto. Le bombe dell’IRA hanno già colpito Birmingham, mentre l’opinione pubblica pretende risposte e il governo vuole riaffermare il controllo. In questo clima, l’indagine su Guildford prende subito una direzione ben precisa. A finire nel mirino sono quattro giovani irlandesi: Gerry Conlon, Paul Hill, Patrick Armstrong e Carole Richardson. Accento, frequentazioni e coincidenze geografiche bastano a costruire un profilo sospetto.

Il punto di svolta arriva, così, sotto la costante pressione degli inquirenti. Nessun legame reale con le bombe ma confessioni estorte, notti di interrogatori senza avvocato, intimidazioni fisiche e psicologiche. Le prove forensi che avrebbero potuto scagionarli vengono ignorate, soppresse o manipolate, e la macchina giudiziaria accelera con la precisione di un ingranaggio impazzito. Nei verbali compaiono dettagli contestati dagli imputati e in aula quelle pagine assumono un peso decisivo. Nel 1975 arrivano quattro ergastoli, la stampa parla di giustizia e il Paese prova a richiudere la ferita aperta dalle esplosioni.
Eppure nei dossier investigativi emergono elementi che raccontano un’altra versione dei fatti. Un’unità operativa dell’IRA rivendica gli attentati di Guildford (così come quelli di Woolwich) e affiorano nomi collegati ad altre azioni armate. Parte di queste informazioni, tra l’altro, resta fuori dal processo mentre alcune annotazioni cruciali non arriveranno mai alla difesa, con l’impianto accusatorio che regge solo in apparenza.

La vicenda si complica ulteriormente quando anche la famiglia Maguire viene trascinata in tribunale. Anne Maguire, i suoi figli e altri parenti vengono accusati di aver maneggiato esplosivi. Le analisi chimiche effettuate sulle loro mani vengono ritenute attendibili, rafforzando l’architettura accusatoria. Anni più tardi, quei test si riveleranno fragili e basati su metodi incapaci di distinguere tra sostanze comuni e tracce realmente riconducibili a materiale esplosivo. Intanto, però, un’altra famiglia entra in carcere e il caso inizia ad assumere i contorni di un sistema chiuso su sé stesso.
Dentro quel sistema prende forma una storia privata. Giuseppe Conlon viene arrestato con l’accusa di aver favorito il figlio, finendo nello stesso meccanismo che ha già travolto Gerry. Padre e figlio condividono la prigione, lo stigma pubblico e un’accusa che li trasforma in simboli. La dimensione giudiziaria si intreccia con quella familiare, e la detenzione diventa uno spazio di convivenza forzata e maturazione dolorosa.
Proprio da quella convivenza nascerà l’idea di portare la vicenda al cinema. Jim Sheridan riconosce in quel rapporto tra padre e figlio il cuore emotivo di tutto e costruisce il film attorno a una frattura che lentamente diventa legame. Daniel Day-Lewis porta sullo schermo un Gerry irruento, ancora acerbo, che il carcere costringe a crescere troppo in fretta. Accanto a lui, Pete Postlethwaite consegna a Giuseppe una presenza salda e una dignità silenziosa capaci di sostenere il peso dell’ingiustizia. La cella diventa così un luogo di attrito e riavvicinamento, uno spazio ristretto dove la dimensione politica trova un volto umano e dove tutto passa attraverso un legame che resiste anche quando il mondo esterno li ha già condannati.

La realtà conserva, però, una durezza ancora più spoglia. Giuseppe muore nel 1980, prima che la sentenza venga annullata, senza mai assistere alla riabilitazione del proprio nome. La revisione del processo arriva, infatti, nel 1989, quando la Corte d’Appello annulla le condanne e porta alla luce quei documenti insabbiati per anni, insieme alle incongruenze che avrebbero potuto cambiarne l’esito già nel primo grado di giudizio. La liberazione dei quattro segna una svolta giudiziaria e insieme rende evidente la distanza tra verità processuale e realtà dei fatti.
C’è una scena che sintetizza questa tensione. L’aula della Corte d’Appello nel film, Gerry che prende la parola e accusa apertamente lo Stato. La voce vibra, la rabbia si intreccia alla liberazione e l’ingiustizia assume un volto concreto. Il cinema concentra in pochi minuti ciò che nei tribunali si è consumato, con toni più sobri, attraverso formule tecniche e rilievi procedurali.

Rileggere oggi la storia dei Guildford Four significa confrontarsi con una domanda che attraversa ogni stagione. Quanto incide il contesto storico in un’aula di giustizia? Quanto pesa il bisogno collettivo di una risposta immediata? Il caso Guildford mostra quanto sottile possa diventare il confine tra ricerca della verità e costruzione di una verità funzionale al clima del momento.
Il cinema ha riportato quella vicenda al centro del dibattito pubblico. La cronaca conserva documenti, date e responsabilità. Insieme compongono un racconto che continua a interrogare, perché parla di un attentato sanguinoso e di un errore giudiziario, ma soprattutto della fragilità di un sistema quando la pressione esterna diventa più forte del dubbio interno.

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