In questo periodo, come ogni tradizione che si rispetti, impazzano le classifiche Top e Flop visti nel corso dell’anno. Generalmente non sono tipo “da classifica” (specialmente per quel che riguarda i Flop) ma mi sembrava una cosa carina, visto e considerato che, tutto sommato, quello appena trascorso è stato un anno interessante dal punto di vista cinematografico. Ho pensato, quindi, di selezionare quindi selezionato i 15 film usciti in Italia nel 2024 che più di tutti mi hanno lasciato qualcosa, al di là dello specifico valore tecnico.
Ho avuto diversi ripensamenti e dubbi ma questa è quella che si avvicina maggiormente a una mia ipotetica classifica. Eccovi quindi i miei top 15 del 2024!
- 15. LOOK BACK (Kiyotaka Oshiyama): Tratto dal manga di Tatsuki Fujimoto, di cui riprende perfettamente lo stile, Look Back è un’opera emotivamente impegnativa che ci accompagna attraverso la crescita delle protagoniste, parlandoci di rivalità, gioie, gelosie e profonde amicizie, speranze e rimpianti. La poetica di fondo si scontra inevitabilmente con la durezza della realtà, in un realismo sconcertante che finisce con l’affrontare tematiche ben più cupe come la morte e il senso di colpa. Forse non al livello dei maestri dell’animazione più blasonati ma è sicuramente un’opera da vedere.
- 14. BERLINGUER – LA GRANDE AMBIZIONE (Andrea Segre): Un film intelligente, calibrato, profondo. Un Elio Germano come sempre bravissimo (e a tratti anche di più) e a suo agio nell’impersonificare le passioni, i sogni e le incertezze di uno dei politici più amati e rispettati di sempre dall’intero panorama politico. Non il classico biopic ma un sentito omaggio a una figura fondamentale dell’epoca, raccontata attraverso il dualismo tra l’uomo politico e quello famigliare, in uno dei periodi più intensi e complessi della storia italiana.
- 13. WICKED (Jon M. Chu): Diversi alti e bassi in un’opera tra le più celebri di sempre (o almeno lo è la storia da cui tutto ha avuto origine…) che tratta ottimamente tematiche come discriminazione, razzismo, inclusività, bullismo e accettazione di sé. Il cast è molto ben assortito e le interpretazioni, per alcuni versi, davvero sorprendenti. Ed è azzeccata anche la scelta di dedicare un ampio minutaggio alle sequenze non musicali, così da non scontentare gli spettatori “meno allenati” ai musical. Ariana Grande da applausi, in attesa della seconda parte prevista per il 2025.
- 12. THE SUBSTANCE (Coralie Fargeat): “Chi troppo vuole, nulla stringe”. È proprio il caso di dirlo: i troppi omaggi e citazioni (e una scarsità di fondo di originalità), hanno relegato questo film nella parte bassa della mia classifica. Ed è davvero un peccato, considerate le interpretazioni di Demi Moore (immensa), Margaret Qualley (eccezionale) e Dennis Quaid (perfetto e viscido come doveva essere), oltre a un impatto visivo decisamente notevole. Un ritmo frenetico e un montaggio aggressivo che ben si sposano con le atmosfere della storia, aumentano il rimpianto per il film che poteva essere ma che non è.
- 11. PARTHENOPE (Paolo Sorrentino): Poche parole su uno dei migliori film italiani dell’anno. Malinconico come solo Sorrentino sa essere, c’è Napoli, l’amore e la bellezza, la crescita, l’ironia, la forza e la fragilità, la vita e la morte. Il suo è uno stille ingombrante, quasi invadente. Eppure è così che ci piace e spero non cambi mai.
- 10. THE BIKERIDERS (Jeff Nichols): In The Bikeriders, Jeff Nichols riporta in auge il mito dei biker puntando su un cast di altissimo livello, una colonna sonora incalzante che ricalca perfettamente il mood del film e, soprattutto, una storia che fila liscio come l’olio, senza che qualche piccolo intoppo di sceneggiatura ne possa guastare il valore. Non sono mai stato un integralista dell’eterna diatriba tra doppiaggio e lingua originale ma credetemi se vi dico che, per godere a pieno di tutte le sfumature, è necessario che questo film sia visto nella versione originale. Le due ruote come omaggio allo spirito di ribellione e alle open road americane. Corse, birre, miglia percorse, raduni, scazzottate, asfalto rovente e autostrade sconfinate. E poi polvere, tanta polvere, sui giubbini e le facce di quegli spiriti liberi, forse solamente in cerca del proprio posto nel mondo. Poco importa la meta. Perché nella vita, quello che conta è il viaggio. E Tom Hardy, Austin Butler, Jodie Comer, Norman Reedus e Mike Shannon sono i migliori compagni di viaggio che esistano per accompagnarvi nella visione di The Bikeriders.
- 9. THE HOLDOVERS – LEZIONI DI VITA (Alexander Payne): Uscito l’anno scorso ma arrivato in Italia solo nel 2024, The Holdovers ha immediatamente trovato la sua collocazione più idonea nel periodo natalizio. Una commedia di formazione, delicata e coinvolgente, diretta con bravura e assoluta intimità da Alexander Payne. Le atmosfere anni ’70 sono un valore aggiunto per un’opera che, già di per sé, entrerebbe nel cuore degli spettatori ma che ha il grande merito di aver FINALMENTE “presentato” al grande pubblico il talento di Paul Giamatti. E non è certo cosa da poco.
- 8. CONCLAVE (Edward Berger): Una fumata oscura che affonda le unghie nell’ipocrisia e nella boria clericale. Conclave è un thriller con profonde sfumature grottesche che si muove tra giochi di potere e intrighi politici, senza (stranamente) cadere in una banalità che, a dirla tutta, rappresentava il rischio più grande per un film del genere. Berger tesse un intreccio dinamico in un film tecnicamente encomiabile ma dal sapore estremamente amaro.
- 7. HORIZON: AN AMERICAN SAGA – CAPITOLO 1 (Kevin Costner): Quasi totalmente autofinanziato da Kevin Costner, a cui Hollywood non perde occasione per mettere i bastoni tra le ruote. E invece lui è sempre lì, emblema degli anni ’90, cocciuto nel portare avanti la sua idea di cinema: a idearlo, a scriverlo, a sceneggiarlo e a dirigerlo. Primo di quattro atti, per raccontare il western e gli Stati Uniti alla sua maniera, Horizon è il sogno che si realizza (forse…) di un attore (prima) e regista (poi), testardo, spigoloso e mai incline ai compromessi. Un western old school che è passato in sordina anche per via di una storia che rischia di sfilacciarsi troppo, se non si è decisamente ferrati (ahahaha come i cavalli del west…) sull’argomento. Ma è un western. Ed è un western di e con Kevin Costner. Non serve poi tanto altro.
- 6. GIURATO NUMERO 2 (Clint Eastwood): Una parabola morale che affonda nell’animo umano, tra dubbi etici e sensi di colpa, e si scontra (guarda caso) con le contraddizioni di quel sistema giudiziario americano definito più volte nel film «…non il migliore ma è l’unico che abbiamo». A 94 anni suonati, il regista di San Francisco non sbaglia un colpo e la sua “mira” è la stessa di quando indossava poncho e cappello per Sergio Leone, tanto che la sua critica arriva dritta al bersaglio con una lucidità e una puntualità sconcertanti. Come un equilibrista, Clint Eastwood si muove elegantemente su quel filo sottilissimo che divide la colpa dalla casualità, spingendo affinché sia messo in discussione tutto ciò che, senza appello, sembra già deciso. Giurato Numero 2 è un thriller giudiziario che colpisce al cuore la società americana, laddove gli USA si professano da sempre inattaccabili. Un film diretto, senza fronzoli e mai ridondante, che porta lo spettatore ad essere parte attiva in una profonda quanto amara riflessione sulla complessità della giustizia e della verità.
- 5. PAST LIVES (Celine Song): Uno dei più grandi dubbi cinematografici è da sempre il “What if…”. Al suo esordio alla regia, Celine Song prende questo dubbio, ci mette del suo e ambienta il tutto a Seul in un film che trae ampiamente spunto dalla sua stessa vita. Nessuno “sliding doors”, sia chiaro. Past Lives gioca sulla conseguenza delle proprie scelte, sul senso di nostalgia, sul tempo che scorre e sull’importanza dell’accidentalità. Una narrazione delicata da gustare coi giusti tempi, senza fretta. Nell’interrogativo che vite passate, presenti e future possano davvero essere collegate l’una all’altra. In assoluto uno dei migliori film dell’anno.
- 4. CIVIL WAR (Alex Garland): Quando A24 decide di scendere in campo, sbaglia difficilmente e Civil War non è che un’ultima ed ennesima conferma di questo assioma. Raramente si è vista una casa di produzione assumere un ruolo così caratteristico e significativo in una produzione così eterogenea. Quante volte, in passato, abbiamo riso di quei film che ipotizzavano scenari di guerra distopici o apparentemente inverosimili? Alex Garland ci spiega come quegli scenari, ad oggi, non appaiano più così surreali. E se finisce col tirare in ballo un cast del genere, con una Kirsten Dunst che all’improvviso si ricorda cosa significhi recitare, il successo è garantito.
- 3. LA ZONA D’INTERESSE (Jonathan Glazer): ): Il dolore, l’atrocità e gli abomini della guerra non hanno colore. Hanno però una loro voce: emettono un grido peculiare, un lamento continuo e costante che può nauseare o renderci cinici e del tutto insensibili a quelle atrocità. Dopotutto, come dice il regista Jonathan Glazer: “il fascismo inizia comunque in famiglia”. Una storia che apre gli occhi sugli orrori di ieri e di oggi e, speriamo, non di domani.
- 2. PERFECT DAYS (Wim Wenders): Il fascino del Sol levante trova, da sempre, la sua naturale comfort zone sul grande schermo. Wim Wenders questo lo sa e sei anni dopo Submergence torna a regalarci un altro dei suoi angeli, non sopra Berlino ma con l’occhio poetico di chi racconta una Tokyo silenziosa ma seducente. Perfect Days è la ricerca di una vita semplice, delle piccole cose e della routine quotidiana. Tutto questo, Wenders vuole raccontarcelo attraverso le movenze quasi cerimoniali, i sospiri e le abitudini del protagonista. Poche, pochissime, le parole pronunciate da Kōji Yakusho, se non nella seconda parte dell’opera. Parole soppesate che sembrano non dire nulla di importante ma che, in realtà, ci raccontano tantissimo della sua vita, così come i suoi interminabili silenzi. Wim Wenders ci prende per mano e ci conduce nella vita del protagonista, per poi lasciarci andare e spingerci a cercare da soli, proprio in quella vita, tutte le sfumature più suggestive che la nostra sensibilità sia in grado di percepire. È la ricerca del momento perfetto. La capacità di riconoscere, nella tranquillità, la bellezza della vita. Ed è tutta lì, nei pochi dialoghi che troviamo nel film, pronta ad essere colta.
- 1. IL RAGAZZO E L’AIRONE (Hayao Miyazaki): Con Il ragazzo e l’airone, Hayao Miyazaki dirige uno dei film più intimi ed autobiografici della sua carriera. Parliamo di un’opera quantomai complessa e onirica, il cui messaggio raggiunge lo spettatore (e soprattutto i più piccoli) in modo forse meno diretto rispetto a La città incantata o Il castello errante di Howl e che, per essere pienamente apprezzata e compresa, necessita non solo di essere visionata più di una volta ma, anche e soprattutto, di una robusta preparazione per quanto riguarda la vita dello stesso regista, nonché del processo evolutivo dello Studio Ghibli. il film affronta non solo l’esperienza umana della crescita e l’elaborazione del lutto ma riflette anche lo stato d’animo del regista. Attraverso gli occhi del protagonista-bambino, infatti, Miyazaki vuole mostrarci come sia giusto crescere ed andare avanti nel proprio percorso di vita, anche se questo può spaventare, e come sia importante riuscire a superare una perdita, seppur dolorosa, per non rischiare di perdere sé stessi.
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