Per parlare di un film grande come Il gladiatore II, e inevitabilmente di quello (ancora più grande) che è il primo capitolo, occorre fare alcune premesse. Sgomberiamo il campo da qualsiasi dubbio e facciamolo subito: per quanto mi riguarda, esiste solo un “Mescal” ed è quello interpretato nel 1970 da Remo Capitani in Lo chiamavano Trinità…. È vero che nel film di E.B. Clucher, al secolo Enzo Barboni, il nome corretto del bandido che prendeva schiaffoni da Bud Spencer era “Mezcal” ma questo non toglie granché alla sostanza del discorso. Certo che partire dal cinema di genere italiano per recensire il sequel di uno dei più grandi successi commerciali, di critica e pubblico degli ultimi venticinque anni potrebbe sembrare quasi temerario. E riconosco l’audacia di un incipit del genere, sia chiaro. Ma se il coraggio e l’incoscienza sono il fuoco che anima i gladiatori dell’antica Roma, allora questa premessa potrebbe quasi avere un senso.
Chiarisco anche che questo preambolo non vuole in alcun modo sminuire la preparazione di un attore come Paul Mescal che, nonostante abbia su di me l’effetto del Valium, ha già offerto prove interessanti (così dicono…) in alcuni dei suoi lavori passati come Aftersun (2022) o Estranei (2023) e che, proprio per la sua interpretazione nell’opera diretta da Charlotte Wells, ha ottenuto la prima candidatura agli Oscar della sua carriera. Ma è proprio per questo che entra in gioco un’altra delle doverose premesse di cui sopra.

Per quanto fisiologico e complicato possa essere, è lo è senza dubbio, credo che per una valutazione scevra da condizionamenti sia necessario evitare qualsiasi paragone che non condurrebbe ad altro se non a un totale massacro di questo capitolo rispetto al precedente. È innegabile, però, che il peplum del 2000 (o sword and sandal, per gli inglesi) pesi come un macigno e che per raccogliere un’eredità come quella lasciata da un personaggio (peraltro scritto meravigliosamente) come Massimo Decimo Meridio occorra una forza che Paul Mescal ancora non ha. Magari in futuro, ma non in questo film. Nei panni del protagonista, infatti, l’attore irlandese non si avvicina nemmeno lontanamente alla presenza scenica e al carisma di Russell Crowe e anzi, in alcune scene, appare piuttosto fuori luogo e mai animato da quella furia che, invece, dovrebbe consumarlo.
Un personaggio, il suo, malamente abbozzato e che non riesce assolutamente a dare spessore a una storia già di per sé fragile e priva di qualsivoglia originalità, oltre che di ogni sorta di veridicità storica. Non è certo un segreto che la produzione di Ridley Scott, soprattutto nell’ultima parte della sua carriera, non abbia mai brillato per accuratezza in tal senso. Ma se c’è una cosa di cui dobbiamo rendergli merito, è l’aver sempre prestato un’attenzione maniacale al lato estetico e all’aspetto visivo dei suoi lavori. È qui che questo gladiatore II porta parzialmente a casa il risultato: forte di una cura visiva davvero valida e di un’ottima fotografia ma cedendo, ahimè, ad una CGI davvero imbarazzante per una produzione da 250 milioni di dollari.

Per un bizzarro gioco di assonanza, quasi fosse un anagramma del nome Paul Mescal (ho detto quasi…), e soffermandoci ancora sul cast, è Pedro Pascal che umanizza il suo personaggio, tutto sommato ben scritto, e lo rende gradevole. Non troppo avvezzo al cinema, avendo molta più dimestichezza con la serialità, l’attore cileno naturalizzato statunitense è a proprio agio nelle vestigia del generale romano Marco Acacio ma, assieme a tutto il resto del cast, viene cannibalizzato da un Denzel Washington assolutamente mastodontico. Il due volte premio Oscar tiene praticamente da solo le fila di un film scialbo e, per quanto possibile, riesce anche a renderlo parzialmente interessante. Derek Jacobi non pervenuto, Connie Nielsen fa il suo senza infamia e senza lode mentre i due villain, Joseph Quinn e Fred Hechinger, più che due imperatori folli sembrano i Cullen in villeggiatura dalla piovigginosa Forks all’assolata e polverosa Roma. E questo è più o meno tutto.
Fiacca e inutilmente ridondante in alcuni passaggi, la sceneggiatura è figlia del “solito” David Franzoni a cui Ridley Scott affianca David Scarpa, dopo la “brillante” collaborazione del 2022 in Napoleon. Lo capite da soli che i presupposti per un disastro annunciato c’erano già tutti in partenza. Intanto, lo spettro del Gladiatore originale è sempre li che aleggia, anche se abbiamo detto di non parlarne.

Il regista ci prova ma di schivarlo proprio non gli riesce e il senso di déjà-vu lo si respira per tutte le due ore e mezza di durata del film. Uno dei grattacapi maggiori finisce nelle mani di Harry Gregson-Williams, a cui spetta l’ingrato compito di non far rimpiangere Hans Zimmer. Il compositore britannico fa quello che può ma per i miracoli, la strada è ancora lunga.
Il prodotto finale è un film che, più che un sequel, potrebbe quasi essere considerato un moderno remake ma semplicemente più brutto e senza un briciolo della forza del capitolo originale. Si cerca fino allo spasmo di far leva sul senso di nostalgia che a Hollywood tanto piace, e non è un caso che i passaggi più emozionanti siano quelli dove il redivivo Russell entra in scena. Situazioni è dinamiche già viste, colpi di scena che latitano, personaggi riproposti ma piatti nella loro messa in scena e perfino (o forse è stata solo una mia impressione) qualche citazione di troppo. La scena del combattimento sulla porta di Roma non ricorda vagamente il duello tra Chuck Norris e Bruce Lee all’interno (guarda caso…) del Colosseo in Chen terrorizza anche l’Occidente? Per maggiori informazioni, chiedere a Ridley Scott….
SCHEDA TECNICA
Regia: Ridley Scott
Genere: Storico, Azione, Drammatico, Epico
Paese: USA, Regno Unito
Durata: 148 min.
Con: Paul Mescal, Pedro Pascal, Connie Nielsen, Denzel Washington, Tim McInnerny, Joseph Quinn, Fred Hechinger
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