Il ragazzo e l’airone (2023), di Hayao Miyazaki

«Quando si cerca il paradiso, è necessario tornare con la memoria alla propria infanzia. […] Il futuro dello Studio Ghibli è chiaro, crollerà. Che senso ha preoccuparsi? È inevitabile. Ghibli è solo un nome a caso che ho preso da un aeroplano. È solo un nome».

Amare ma inevitabili, le riflessioni di Hayao Miyazaki sarebbero perfette per offrire un’interessante e più che mai valida chiave di lettura de Il ragazzo e l’airone, ultimo film dello Studio Ghibli scritto e diretto dello stesso animatore e regista nipponico. Mai come in questo caso, a ben vedere, il condizionale dev’essere un obbligo. I film del Maestro giapponese, com’è noto, sono da sempre permeati di fortissime e intense connotazioni sociali, politiche, ambientali e formative. Il ragazzo e l’airone non si sottrae a quello che pare essere ormai un “dogma” ma anzi si mostra aperto a più di un’interpretazione.

Un cinema, il suo, di quelli che ti riappacificano con la Settima Arte e che ti permettono di vedere il mondo con un occhio più dolce. Non sempre facile da decodificare, bisogna ammetterlo, e mai circoscritto ad un significato univoco. Tralasciando il lato tecnico poiché sarebbe oltremodo superfluo, quello che possiamo fare, al di là delle varie analisi, congetture o elucubrazioni forbite che, talvolta, risultano addirittura stucchevoli o piuttosto astruse, è cercare di trovare un senso a quelle immagini e ragionare genuinamente sulle emozioni che quel cinema trasmette ad ognuno di noi. O almeno su quelle che riusciamo a cogliere.

Con Il ragazzo e l’airone, Hayao Miyazaki dirige uno dei film più intimi ed autobiografici della sua carriera. Parliamo di un’opera quantomai complessa e onirica, il cui messaggio raggiunge lo spettatore (e soprattutto i più piccoli) in modo forse meno diretto rispetto a La città incantata o Il castello errante di Howl e che, per essere pienamente apprezzata e compresa, necessita non solo di essere visionata più di una volta ma, anche e soprattutto, di una robusta preparazione per quanto riguarda la vita dello stesso regista, nonché del processo evolutivo dello Studio Ghibli.

Uscito dieci anni dopo Si alza il vento, il film affronta non solo l’esperienza umana della crescita e l’elaborazione del lutto ma riflette anche lo stato d’animo del regista. Attraverso gli occhi del protagonista-bambino, infatti, Miyazaki vuole mostrarci come sia giusto crescere ed andare avanti nel proprio percorso di vita, anche se questo può spaventare, e come sia importante riuscire a superare una perdita, seppur dolorosa, per non rischiare di perdere sé stessi.

Il regista attinge a piene mani dai suoi ricordi e dalla sua infanzia per porre sullo stesso piano due mondi apparentemente distanti ma uniti da una stessa allegoria: da una parte c’è il mondo reale, la cui ciclica quotidianità viene turbata da eventi come guerra e morte; dall’altra troviamo quello magico, inevitabilmente destinato al tramonto, in cui operano creature parlanti e antropizzate. In questa contrapposizione, il principio del seguire la propria natura rappresenta un forte aspetto nel parallelismo. Prendiamo ad esempio i pellicani che appaiono nel film, essi non possono fare a meno di nutrirsi dei Warawara, non perché malvagi, semplicemente perché guidati dalla propria natura.

Ecco allora che quel “E voi come vivrete?” assume un ruolo centrale e più chiaro nell’opera di Miyazaki. La scelta, che segue il corso della propria natura (ancora lei), in soccorso di un mondo che rischia di scomparire per sempre. Pochi o alcun legame col romanzo del 1937 scritto da Genzaburo Yoshino, se non quello di rappresentare un prezioso dono che la madre di Hayao Miyazaki fece allo stesso regista quando quest’ultimo era poco più che un bambino. Quell’interrogativo che ricorre più di una volta ne Il ragazzo e l’airone, è l’invito che l’anziano prozio fa a Mahito, per invitarlo a crescere e prendere “il posto che gli spetta”, affinché possa garantire pace ed equilibrio a quel mondo magico. Non tutto è perduto, c’è ancora un senso di bellezza e la speranza che un cambiamento, in meglio, sia ancora possibile. Ed è tutto nelle sue mani.

È a questo punto che si manifesta la cultura e la genialità di Hayao Miyazaki. Il regista si rappresenta dapprima come il bambino che deve elaborare il lutto della madre (episodio realmente avvenuto nella vita di Miyazaki) e affrontare il suo percorso di crescita interiore, e successivamente come il prozio, creatore della torre fatata e affannato nel trovare un “erede”, in una sorta di confronto padre-figlio che arriva addirittura a coinvolgere il suo primogenito Goro.

All’età di ottantatré anni, infatti, sono note le costanti riflessioni di Miyazaki sul suo creato e sulle sorti dello Studio Ghibli. In questo senso, l’incontro tra i due personaggi de Il ragazzo e l’airone potrebbe essere letto come un reale tentativo, da parte del regista, di riavvicinarsi al figlio, spesso considerato (anche dallo stesso padre) inadeguato a prendere le redini dello Studio. In una sorta di girone dantesco, l’airone rappresenta quindi la guida Virgilio, la pescatrice Kiriko diventa il Caronte che “traghetta” Mahito, mentre il creato del prozio, altro non è che la trasposizione immaginaria dello Studio Ghibli.

Il passaggio dal mondo reale a quello magico avviene tramite l’accesso alla torre-meteorite, oltrepassando un portale che recita, non a caso, la citazione della Divina Commedia “Fecemi la divina potestate” (la somma sapienza), ingresso dantesco che segna la catabasi nel regno dei morti. È sull’isola “dove si nasce e si muore” che il prozio invita Mahito a superare le oscurità che gli pesano sul cuore, causate dalla sofferenza, e a creare un futuro più armonioso.

Una piccola considerazione finale: quando le persone, al cinema, impareranno che anche i titoli di coda fanno parte del film, sarà sempre troppo tardi. Fate attenzione al testo della canzone che chiude l’opera e tutto apparirà più chiaro. Kenshi Yonezu non ha scritto quelle parole per caso…

SCHEDA TECNICA

Titolo Originale: 君たちはどう生きるか – Kimi-tachi wa dō ikiru ka

Regia: Hayao Miyazaki

Genere: Animazione, Fantastico

Paese: Giappone

Durata: 124 min.

Doppiatori Italiani: Giulio Bartolomei, Federica De Bortoli, Chiara Gioncardi, Stefano Dori, Lucrezia Marricchi, Rodolfo Bianchi, Gianfranco Miranda, Paolo Giannetti

Votazione: 8,5/10

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