Una delle sfide più intriganti per registi e sceneggiatori, non solo nel cinema attuale, ma anche in quello del passato, sta nel riuscire a disegnare delle trame originali, affascinanti e che possano lasciare il segno nello spettatore. Ad alcuni questo riesce piuttosto bene, così da ricevere il giusto plauso di critica e pubblico senza che ciò rappresenti necessariamente un requisito fondamentale per il successo di un film; altri ci provano, più o meno, venendo comunque apprezzati per la buona volontà, ed altri ancora, non ci riescono praticamente mai. Poi c’è quella categoria sui generis che io di tanto in tanto amo citare qui sul blog e che non si rende nemmeno conto dei propri limiti, beandosi di un’intellettualità che non le compete, ed anzi, continua a godere di incomprensibili aspettative e pregevoli accostamenti cinematografici al limite dell’ardimentoso.
Ancora una volta, quindi, mi trovo ad aprire quel portone che conduce alla poco nobile sala dei “vorrei ma non posso” e dare il benvenuto ad Emerald Fennell col suo Saltburn, autentico “film del momento” e attualmente disponibile su Prime Video.

Ragionando proprio su Saltburn, però, mi sento di fare un’onesta e doverosa precisazione: personalmente lo reputo un’occasione mancata. In che senso? È presto detto. La seconda opera da regista di Emerald Fennell (l’esordio dietro la macchina da presa c’era stato nel 2020 con Una donna promettente) è un colorato esercizio di stile che brilla e si autocompiace, nel dar sfoggio a riprese e immagini che spaziano dal brillante al cupo, fino allo psichedelico. A mio modo di vedere, ci troviamo difronte a un titolo che avrebbe potuto dire la sua ma che, a conti fatti, rimane esattamente un mero esercizio di stile visivo. Un contenitore variopinto, dalle linee ammalianti, che punta ad affascinare lo sprovveduto spettatore ma che, al suo interno, non contiene nulla di rilevante.
La trama è “telefonatissima” e già nei primi venti minuti si riesce, senza essere raffinati investigatori, a tracciare il semplice sviluppo di una storia disordinata che punta a un colpo di scena che non arriva mai. E se arriva, è più un colpo a salve che altro. Il film è costellato di rimandi “furbetti” (alias, omaggi, che detto così fa tanto “cultura”) ad opere di gran lunga più strutturate (se siete tra quelli che guardano cinema non avrete problemi a riconoscerle), e addirittura se ci fosse un sottofondo musicale di Janis Joplin sembrerebbe quasi di essere finiti dentro al nuovo spot pubblicitario di Christian Dior. Per inciso, se avessero scelto una colonna sonora nello stile dell’inarrivabile Janis, sarebbe stato solo che un bene per il film, anche se scollegato da tutto il contesto. Conseguentemente, ci ritroviamo una sequela di trascurabili pezzi pop, fatto salvo per un paio di brani di rilievo (Ladytron e Pet Shop Boys) che, alla fine, si rivelano una scelta azzeccata e funzionale alle scene.

Saltburn vuole essere una stoccata a quell’upper class sotto la cui apparente spensieratezza, superficialità e frivolezza, si nascondono disagi e fragilità emotive pronte ad esplodere in qualsiasi momento. Raccontare il desiderio di possedere tutto e tutti, come rivalsa di chi quel mondo può desiderarlo solo dall’esterno. In realtà, il messaggio che teoricamente dovrebbe essere intrinseco nel film non colpisce con la forza sperata da Emerald Fennell, tutt’altro. È stato definito “disturbante” ma a disturbare è quella continua ricerca del colpo ad effetto e di un climax che, per assonanza, somiglia più a un Kleenex e, talvolta, rischia anche di sfiorare il patetico.
Adamitici balletti trionfanti e labirinti intricati, inoltre, sono cose viste e riviste da oltre quarant’anni a questa parte e, all’occorrenza, da lasciare a chi abbia le spalle abbastanza larghe per contestualizzarli in un film di valore. Possibile, quindi, che in Saltburn sia tutto da buttare o quasi? Ovviamente no. A salvarsi sono senza dubbio la brillante fotografia di Linus Sandrgen che, guarda caso, nel corso della sua carriera ha lavorato ad opere come Promised Land, La La Land, No Time to Die e Babylon, oltre ad alcune delle interpretazioni a cui abbiamo potuto assistere.

Rosamund Pike si destreggia ottimamente in un ruolo tra i più complessi e drammatici del film, così come Jacob Elordi è a suo agio nei panni (pochi), nel fico della scuola: colui che tutti e tutte vogliono. Trascurabili gli altri, eccezion fatta per Paul Rhys che interpreta validamente l’inquietante maggiordomo Duncan. Ma è poco, davvero troppo poco per salvare il salvabile e promuovere il film presentato in Italia alla 18esima Festa del Cinema di Roma lo scorso ottobre.
Discorso a parte va fatto per quanto riguarda Barry Keoghan. Indicato come uno degli attori più promettenti della sua generazione, il ragazzo venuto “dall’Irlanda con furore” rischia sul serio di rimanere intrappolato in un limbo mortificante, un po’ come successo per anni a Robert Downey Jr. e il suo aberrante smoking da Iron Man (prima della rinascita ottenuta con Oppenheimer) o a Johnny Depp, perennemente di bianco pittato e costantemente alle prese con le ormai odiose movenze sbronzo-piratesche. Ad oggi, sono almeno tre i film in cui l’attore candidato agli Oscar nel 2023 per Gli spiriti dell’isola si rinchiude in personaggi dal dondolio ripetitivo e dagli equilibri psicologici labili. Non per scelta sua, ovviamente. O almeno non in toto. Ma quelle caratteristiche tanto costanti quanto ripetitive nei suoi lavori, portano a un fastidioso senso di déjà-vu che Barry Keoghan davvero non merita. Prima se ne accorgeranno ad Hollywood e tanto meglio sarò per lui e per noi.
SCHEDA TECNICA
Regia: Emerald Fennell
Genere: Drammatico, Thriller
Paese: USA, Regno Unito
Durata: 131 min.
Con: Barry Keoghan, Jacob Elordi, Rosamund Pike, Richard E. Grant, Alison Oliver, Archie Madekwe
Votazione: 5,5/10
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