“Larger Than Life”: perché il cinema ha bisogno dell’eccesso

Il cinema è un’arte che vive di intensificazione. Può isolare un corpo, metterlo al centro di un’inquadratura, assegnargli una luce, un tempo o una durata. Questa operazione produce automaticamente un aumento di intensità. Anche un gesto semplice come una camminata o uno sguardo, sullo schermo assume un peso che nella vita quotidiana non ha. Da qui parte il rapporto strutturale tra cinema ed eccesso.

Quando si parla di personaggi larger than life si parla di figure che sfruttano fino in fondo questa intensificazione. Sono protagonisti ben scritti e presenze costruite per occupare lo spazio dell’immagine in modo dominante. La loro identità si manifesta attraverso posture riconoscibili, ritmi di parola marcati, gesti reiterati e scelte di stile che li rendono immediatamente distinguibili. E il cinema li rende icone proprio perché lavora sull’ingrandimento e sulla ripetizione.

Scarface – Photo John A. Alonzo – Universal Pictures

Pensiamo a Tony Montana che riempie ogni scena con la sua energia e la sua tracotanza o al Travis Bickle di Taxi Driver. Oppure al personaggio senza nome interpretato da Ryan Gosling in Drive, che impone silenzi e movimenti calibrati. Ma anche a Beatrix Kiddo, a Miranda Priestly o a Catherine Tramell di Basic Instinct fino al colonnello Hans Landa. Figure apparentemente distanti l’una dall’altra, ma assolutamente vicine per esuberanza visiva.

L’eccesso funziona, quindi, esattamente come strumento di fissazione. È innegabile che un personaggio che eccede nei comportamenti, nell’ambizione o nell’auto percezione, produca una traccia visiva più forte. Il pubblico ricorda una camminata, una scena o un’esplosione di energia ma ricorda anche un modo di abitare lo spazio. E questo vale per figure diversissime tra loro, dal gangster che costruisce la propria leggenda personale al solitario urbano che trasforma la frustrazione in spettacolo. L’elemento comune è la volontà di esporsi come immagine.

Kill Bill: Volume 1 – Photo Robert Richardson – Miramax Films / A Band Apart

Alla base di tutto, poi, c’è una ragione culturale: il cinema industriale ha sempre avuto bisogno di volti e corpi capaci di catalizzare l’attenzione. Questo perché il divismo hollywoodiano si fonda sull’idea che una presenza possa trascinare un intero film. Il personaggio larger than life, in questo senso, diventa il punto di accesso emotivo e simbolico per lo spettatore. Incarna desideri di successo, di controllo, di ribellione, di affermazione individuale. Ed è proprio attraverso l’eccesso che questi desideri assumono una forma visibile e condivisibile.

L’eccesso riguarda la moralità, l’intensità emotiva e la costruzione dell’immagine. Costume, scenografia, fotografia o musica, sono tutte componenti che collaborano per rendere il personaggio più grande della misura ordinaria. Il risultato è una figura che supera i confini del racconto e continua a vivere come riferimento culturale.

Furiosa: A Mad Max Saga – Photo Simon Duggan – Warner Bros. Pictures

In un sistema saturo di immagini, l’eccesso diventa anche una strategia di sopravvivenza. Un personaggio misurato tende a confondersi nel flusso continuo di contenuti, mentre una figura spinta oltre la soglia della normalità, imprime un segno più netto. Ebbene, il cinema ha bisogno di questa intensità per distinguersi e affermarsi.

Dire che il cinema ha bisogno di eccesso, significa riconoscere che le immagini sullo schermo cercano misura e forza allo stesso tempo. Ecco allora che il fascino dei personaggi larger than life nasce dalla capacità di trasformare il racconto in esperienza visiva e di diventare icone che continuano a vivere anche fuori dall’opera stessa, attraverso frasi, pose o dettagli visivi. Questa spinta esagerata è lo strumento che il cinema usa per farsi ricordare, per imprimere le sue figure nell’immaginario collettivo. Poiché senza di essa, nulla resterebbe davvero visibile.

STAZIONE CINEMA © Riproduzione riservata

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