«Forever young, I want to be forever young».
La premessa è questa, e ti rimbomba in testa come un’eco. Marty corre, lotta, non si ferma mai. Non tanto per la voglia di restare impresso nella mente di tutti ma per essere il migliore. Adesso e per sempre, sempre al massimo. E il film sembra nascere proprio da questa urgenza, dal desiderio di fissarsi nell’immaginario come qualcosa di definitivo o irrinunciabile. Il problema è che più il film cerca l’eternità, più resta intrappolato nel presente. Nel rumore, nell’hype, nella necessità di essere percepito come importante ancora prima di esserlo davvero. Perché mentre lui corre, è tutto il mondo intorno a metterlo sotto una lente già satura di attese.
Marty Supreme è uno di quei film che si presentano al pubblico già con l’aura del “grande evento”, avvolti da un consenso preventivo fatto di candidature annunciate, marketing ipertrofico e entusiasmo obbligatorio. Tutto sembra già deciso prima ancora che le luci in sala si spengano. E una volta seduti, quel rumore non smette mai di farsi sentire. Anzi, diventa parte integrante dell’esperienza. Martellante come una pallina di ping pong impazzita, che alla lunga stanca.

Alla sua prima esperienza da regista cinematografico senza il fratello Benny, e dopo Heaven Knows What, Good Time e Diamanti Grezzi, Josh Safdie costruisce un cinema che vorrebbe essere febbrile, sporco e anarchico, ma che finisce per apparire caotico più per accumulo che per reale urgenza. Ogni scena sembra dover dimostrare qualcosa, ogni scelta pare gridare la propria importanza. Il film non si fida mai del silenzio, dell’attesa o dell’immagine che respira. Deve sempre rincarare, sottolineare, ripetersi. E così quella che dovrebbe essere tensione diventa ridondanza, e quella corsa continua perde progressivamente significato.
Al centro di tutto c’è un protagonista che non è simpatico, e va benissimo così. Non vuole mica esserlo, e questa è forse una delle poche decisioni davvero oneste del film. Il problema è che non diventa nemmeno magnetico. Rimane chiuso nella sua ossessione, senza mai creare una vera frattura emotiva con lo spettatore. Non scatta la scintilla, e senza quella, tutto pesa il doppio.

Timothée Chalamet sembra costantemente chiamato a superare sé stesso, come se ogni nuova interpretazione dovesse automaticamente essere “la prova della maturità definitiva”. Qui, però, il risultato è sorprendentemente ordinario. Non sbaglia, sia chiaro, ma nemmeno incide. È una performance costruita sull’eccesso, studiata, consapevole di dover essere letta come iconica, e proprio per questo mai davvero memorabile. Il film vorrebbe trasformarlo in un’icona istantanea, ma l’icona non si costruisce a tavolino. O nasce, o non nasce.
Anche sul piano tematico Marty Supreme non dice nulla che non sia già stato detto. Il sogno americano, l’underdog disposto a tutto, l’ascesa raccontata come destino inevitabile e l’ambizione ossessiva che cannibalizza ogni cosa e chiunque. Tutto già visto, tutto già metabolizzato dal cinema. Le citazioni si sprecano, i rimandi pure, la commistione di generi non ne parliamo e fa quasi sorridere come i social parlino ossessivamente di Rocky come se fosse una scoperta e non l’ennesima conferma di un immaginario che si autoalimenta da decenni.

A rendere il tutto ancora più indigesto è una certa pretenziosità di fondo. Marty Supreme vuole essere per forza rilevante e destinato a restare (Forever Young, again…). Una sensazione amplificata da una campagna di marketing mastodontica, probabilmente inevitabile per un progetto costosissimo rispetto agli standard A24, ma che finisce per schiacciare il film stesso. Sembra quasi che se ne debba parlare bene per principio, come se il dissenso fosse fuori luogo. E gli aberranti berretti arancioni (so che suona un po’ come “Balbettante bambocciona banda di babbuini” ma mi piaceva l’espressione) completano il quadro, trasformando l’operazione in un caso più promozionale che cinematografico.
Eppure non tutto è da scartare. L’ultima mezz’ora funziona davvero. Lì il film si concentra, smette di urlare inutilmente, di correre non si sa verso cosa ed inizia a trova una direzione più chiara. Non ribalta il giudizio, ma riesce almeno a risollevare parzialmente le sorti di un’opera che fino a quel momento aveva confuso l’intensità con il volume e la frenesia.

La colonna sonora accompagna perfettamente questa ambiguità. Efficace, emotiva, ma anche fin troppo consapevole del proprio potenziale virale. Per quanto fugace, Forever Young degli Alphaville non è solo una scelta musicale, è una dichiarazione d’intenti. Funziona, colpisce e resta in testa. Ed è anche, paradossalmente, uno degli elementi più sinceri del film. Se non altro, i più giovani avranno di che (ri)collocare un pezzo fuori dalla palude di TikTok. Anche questo, in fondo, è un lascito.
È il caso di chiarirlo, però. Non stiamo parlando di un prodotto fallimentare, anzi. È semplicemente un film che finge di non prendersi sul serio (ma che vorrebbe farlo) e non ci riesce davvero. Tanto fumo, poco arrosto, molta ambizione e poca necessità. Le nove candidature fanno rumore, ma resta una domanda semplice e fastidiosa. Per cosa, esattamente?
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SCHEDA TECNICA
Titolo Originale: Marty Supreme
Regia: Josh Safdie
Genere: Sportivo, Commedia, Drammatico
Paese: USA
Durata: 150 min.
Con: Timothée Chalamet, Gwyneth Paltrow, Odessa A’zion, Kevin O’Leary, Tyler, the Creator, Abel Ferrara, Fran Drescher
Casa di Produzione: Central Pictures, A24
Distribuzione in italiano: I Wonder Pictures
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