Con Ritorno al futuro – Parte III, Robert Zemeckis chiude la trilogia con un tono profondamente diverso dai due capitoli precedenti ma restando fedele all’anima del viaggio intrapreso da Marty e Doc. Dopo aver attraversato il passato idealizzato e il futuro distorto, il regista fa qualcosa di geniale: niente più plutonio e macchine volanti e si comincia a giocare sporco tra polvere, saloon e treni in corsa! Zemeckis prende, infatti, la DeLorean e ci porta dritti nel cuore del racconto americano, catapultando i protagonisti fin dentro il mito del vecchio West. È come se la saga, dopo aver esplorato la memoria (prima) e la proiezione (dopo), tornasse alle origini del racconto americano, dove tutto è ancora possibile ma nulla è garantito.
Si scopre, quindi, il 1885, che diventa teatro di una storia più lenta, più malinconica, eppure più intensa emotivamente. Ma attenzione, non ci troviamo in un western qualsiasi. È un western che ride di sé stesso, che gioca con i cliché, coi duelli della frontiera, ma che allo stesso tempo ci fa sentire la polvere della prateria sulla pelle e il peso delle scelte dei personaggi, senza però rinunciare all’emozione pura. È il capitolo più quieto e, forse proprio per questo, il più umano. Qui non si corre solo nel tempo: si impara ad accettarlo.
In questo terzo e conclusivo capito della saga, la sfida non è tanto “capire” il congegno temporale, quanto misurare il valore umano che lo attraversa. Per la prima volta, Marty deve toccare con mano cosa significhi davvero avere paura e rispondere delle proprie azioni, non più inseguendo la gloria del futuro, ma affrontando pistole, cavalli e il peso delle scelte. È un apprendistato alla maturità, in cui il ragazzo degli anni ’80 scopre la pazienza e l’ingegno necessario per sopravvivere in un’epoca che non perdona errori o improvvisazione.

In parallelo, Doc mostra un volto inedito, meno folle e visionario ma più figura di confine tra scienza e umanità. La sua storia d’amore con Clara Clayton non è un semplice innesto romantico: è il nucleo che trasforma il genio in persona capace di responsabilità. L’amore non lo rallenta ma lo rende capace di scegliere una vita diversa, di contemplare la possibilità di restare. In questo senso Doc diventa l’ambasciatore della trilogia: il mediatore fra mito e realtà, tra il desiderio di cambiare il mondo e la pazienza necessaria per abitarlo. E lo scenario che Zemeckis e Bob Gale, ancora loro, hanno ideato per accompagnare la storia è perfetto: un Far West che non è solo ambientazione, ma specchio dell’animo umano, dove ogni scelta pesa, ogni gesto conta, e persino una macchina del tempo sembra avere nostalgia del futuro.
Siamo nel pieno di una reinterpretazione critica e romantica del mito americano. Le praterie, gli sceriffi, i saloon, i duelli e le locomotive sono icone che parlano più di immaginario collettivo che di fatti storici. Questa scelta è strategica: il Far West si trasforma nel terreno ideale per mettere a nudo i contrasti fondamentali del racconto americano. Libertà contro regole, eroismo contro fatalità, individualismo contro comunità. Spogliato della solita patina idealizzata, il West mostra la sua ambivalenza: è spazio di avventura e al tempo stesso teatro di rischio e solitudine. In questo scenario, La DeLorean perde il ruolo di semplice gadget e si trasforma in dispositivo poetico. Modernità e nostalgia si incontrano in quell’oggetto metallico che deve sapersi adattare a un mondo senza elettricità e la soluzione tecnica, ossia quella di spingerla con una locomotiva fino alle 88 miglia orarie, è al tempo stesso immagine romantica e metafora. La corsa finale verso il treno non è solo spettacolo, è simbolo della vita che corre, dell’energia che bisogna investire per superare un ostacolo apparentemente insormontabile, della decisione di prendere il proprio destino in mano.
Sul piano morale il film gioca sui chiaroscuri: temi seri ma affrontati con leggerezza e ironia, senza mai banalizzarli. Interagire col passato qui significa misurare responsabilità storica: non basta correggere gli errori personali, si tratta di capire che ogni azione ha ripercussioni durevoli. La libertà di muoversi nel tempo comporta rischi che non sono solo fisici, ma anche etici e morali. E Zemeckis ci ricorda che il passato va vissuto come risorsa, non come scorciatoia. Dal punto di vista strettamente narrativo e tecnico, questo terzo capitolo è forse il più calibrato della trilogia. Ogni sequenza è funzionale alla storia senza mai mostrarsi fine a sé stessa. La scena del treno è l’esempio perfetto: ritmo, senso emotivo ed effetto che emozionano e convergono in un momento che è insieme cinema di genere e poesia visiva. Questo equilibrio tra artigianato narrativo e intuizione emotiva è proprio ciò che rende il film credibile e toccante.

Non è un il semplice capitolo conclusivo di una saga ma la summa morale e sentimentale della trilogia. Marty impara che il tempo può alterare tante cose, ma la vita reale è sempre lì, coi suoi rischi, le paure che ne derivano e i suoi cavalli imbizzarriti. Il finale con la DeLorean distrutta dall’impatto col treno è ben più di un semplice spettacolo, indica che un viaggio può finire, ma la vera avventura, quella che è dentro di noi, continua. È così che Marty torna al suo tempo più consapevole e Doc sceglie l’amore e la responsabilità. E insieme, i due ci mostrano che il vero lascito di un viaggio nel tempo non sono gli ingegnosi congegni, ma la curiosità, il coraggio e la capacità di affrontare l’ignoto.
E alla fine possiamo dirlo: dopo tre film a viaggiare avanti e indietro nel tempo, il messaggio è chiaro: la vera avventura non sta nel viaggiare tra le varie epoche del continuum tempo spazio ma nell’imparare a vivere ogni momento come se fosse epico. La trilogia si chiude così, con serenità e un pizzico di malinconia, lasciandoci un sorriso e la consapevolezza che, anche quando tutto sembrerà girare male, potremo sempre riguardarcela dall’inizio.
SCHEDA TECNICA
Titolo Originale: Back to the Future – Part III
Regia: Robert Zemeckis
Genere: Commedia, Fantascienza, Avventura, Western
Paese: USA
Durata: 118 min.
Con: Michael J. Fox, Christopher Lloyd, Mary Steenburgen, Lea Thompson, Thomas F. Wilson, Elisabeth Shue, James Tolkan
Casa di produzione: Universal Pictures, Amblin Entertainment
Distribuzione in italiano: United International Pictures
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NB: questa recensione potete ascoltarla nel corso della seconda puntata del Tucumcari Podcast.
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