Gran Torino (2008), di Clint Eastwood

Siamo nel Midwest: in quell’America che non ci viene mostrata spesso. Quella stanca e silenziosa, lontana dai grattacieli, dai supereroi e dalle ideologie facili. Non quella dei grandi discorsi politici o dei sogni hollywoodiani ma quella delle case tutte in fila con il prato da tagliare e il barbecue che aspetta solo la domenica, quella delle mani sporche di officina e dei rimpianti non detti. È lì che ci porta Clint Eastwood con Gran Torino: siamo nel 2008 e, al momento di girare il film, Eastwood ha 78 anni. Il suo è diventato, negli anni, un cinema più riflessivo e intimo.

Mentre negli States l’euforia post-elettorale convive con la frattura sociale di un periodo politicamente e socialmente complesso, è nel cuore suburbano di Detroit che Eastwood prende sedia e birra e si siede sotto al portico della propria abitazione a guardare un paese che cambia. Sapendo, ormai, di vivere in un quartiere che, tra l’altro, non lo riconosce più. E quello che vede non gli piace: lui è uno che ha sempre avuto un rapporto tormentato (possiamo dire così?) con l’America. L’ha celebrata, criticata l’ha raccontata decostruendola. E difatti è quello che fa Gran Torino: riflette le mutazioni di un’America preda dei cambiamenti, che guarda il tempo passare, e lo fa con schiettezza e onestà, quasi fosse poggiata al cofano di una vecchia Ford. Quella del titolo, ovviamente.

Photo Credit: Tom Stern

Clint Eastwood, non interpreta Walt Kowalski, lui diventa Walt Kowalski. Il suo non è un personaggio come tanti o semplicemente un vecchio scorbutico che ringhia a denti stretti perché i suoi vicini sono tutti immigrati. La sua è la voce stanca ma feroce di una generazione che ha visto di tutto: guerra, gloria, decadenza, trionfi, sconfitte e perdite. C’è una messa in scena cruda e spoglia in Gran Torino. È un cinema, quello di Eastwood, che non ha tempo per i virtuosismi o gli effetti speciali ma in cui la storia, i dialoghi, gli sguardi e i silenzi si riappropriano dei loro spazi, e rivendicano la centralità dell’opera. Ed è proprio con Gran Torino che Clint Eastwood ci regala forse una delle sue più grandi intuizioni: l’eroismo non è più quello dei campi di battaglia o dei duelli al tramonto. L’eroismo, oggi, lo troviamo nei piccoli gesti. Nelle rinunce silenziose o nei sacrifici apparentemente inutili ma necessari.

Non dimentichiamo, però, che Gran Torino è anche un film sul linguaggio. Non solo quello fatto di parole che, nel caso del protagonista, peraltro, sono ruvide come carta vetrata. Walt, infatti, che cos’è che fa? Parla come non si può più parlare: usa espressioni razziste, scorrette, volgari. Eppure più il film scivola lento e più noi ci accorgiamo che in quelle parole non c’è odio o violenza. Quelli sono tutti proiettili sparati a salve, perché Eastwood non ci chiede di perdonarlo, né tantomeno di amarlo. Lui ci chiede di capirlo e lo fa in che modo? Mettendoci a disagio. La sua è una comunicazione fatta di silenzi, di gestualità trattenute, di sguardi che si abbassano e mani non strette. Il suo personaggio e quello di Thao sono uno agli antipodi dell’altro ma imparano, per forza di cose, a comunicare e a comprendersi. Sono due generazioni che probabilmente non hanno nulla da dirsi ma che, riescono comunque a trovarsi e a parlarsi. A comunicare, appunto.

È così che Clint Eastwood costruisce il suo discorso sull’identità americana: non più bianca, non più monolitica, non più dominante ma, anzi, fragile e disorientata. E apre, inoltre, a una confessione del tutto nuova per lui: quella di un uomo che ha attraversato l’epoca hollywoodiana come un cowboy solitario, vivendone ogni mutamento e si domanda cosa rimarrà di quell’epoca che va sempre più scomparendo. Come accade spesso nei suoi film, anche in Gran Torino non c’è redenzione o perdono ma solo consapevolezza. E questa, nel cinema americano, è forse la forma più rara di coraggio.

Photo Credit: Tom Stern

Da qui in avanti, però, devo per forza di cose fare un piccolo grande spoiler… perché nel meraviglioso e drammatico finale del film, cos’è che fa Clint Eastwood? Lui è sul prato, disteso e allarga le braccia. Perché lo fa? Perché in quel momento, il suo personaggio sta uscendo di scena silenziosamente, senza far rumore. È disarmato e semplicemente sta “cedendo il passo”. È come se si rivolgesse direttamente a noi spettatori e ci dicesse: “Ora tocca a voi. È un passaggio del testimone ma non vi lascio la gloria, non vi lascio l’eroismo. Vi lascio la responsabilità”. Ed è la responsabilità di fare la cosa giusta, anche se non è detto che quella cosa possa portarci a un lieto fine. Però, è pur sempre la cosa giusta da fare.

È qui che sta il nucleo etico del film, quella che una volta avremmo chiamato “la morale”, e che apre anche a una seconda e forse più profonda lettura. Gran Torino è un film che potremmo definire quasi metacinematografico, poiché Eastwood si mette in scena per mettere in discussione tutto quello che ha lui stesso ha sempre rappresentato: il macho saltuario, il giustiziere, l’uomo che arrivava dove la giustizia invece aveva le mani legate. È un po’ come ci domandasse: “Quel mito che vi ho venduto per decenni, ve lo smonto io. Perché il mondo è cambiato. E forse sono proprio io che ho contribuito a raccontarvelo nel modo sbagliato”.

Gran Torino è un testamento, una confessione. Dove il multiculturalismo può far paura ma assume, poi, un’importanza fondamentale nella società. È un invito a non arrendersi mai alla paura dell’altro, perché anche il cuore più indurito, può trovare la strada per cambiare. Clint Eastwood firma così uno dei ritratti più veri, dolorosi, disillusi e umani del cinema americano contemporaneo. Dicendoci che anche gli eroi possono smettere di combattere e che, a volte, il gesto più eroico è arrendersi con dignità. E che per capire una nazione, forse devi guardare negli occhi chi in quella nazione ha smesso di crederci.

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SCHEDA TECNICA

Regia: Clint Eastwood

Genere: Drammatico

Paese: USA

Durata: 116 min.

Con: Clint Eastwood, Bee Vang, Ahney Her, Cory Hardrict, Christopher Carley, John Carroll Lynch

Casa di produzione: Warner Bros. Pictures, Village Roadshow Pictures, Malpaso Productions

Distribuzione in italianoWarner Bros.

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NB: questa recensione potete ascoltarla nel corso della prima puntata del Tucumcari Podcast.

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