Halloween e il cinema: quando il male ci somiglia

Ogni anno, con l’arrivo della cosiddetta “Spooky Season”, torniamo a rabbrividire per zucche illuminate, mostri, travestimenti e maratone horror. Tutto sembra un gioco o un diversivo, eppure dietro quell’apparente spensieratezza sopravvive qualcosa di più antico. Celebrare Halloween significa riconoscere, anche solo per una notte, che l’angoscia ci appartiene, che convive con noi senza mai sparire del tutto. È un rito arcaico, un gesto che parla alla nostra parte oscura, dando forma e volto a ciò che normalmente resta nascosto. E se c’è un linguaggio che ha saputo tradurre tutto questo meglio di chiunque altro, è sicuramente quello del cinema.

L’horror cinematografico, infatti, è lo specchio più onesto dell’uomo da oltre un secolo. I suoi mostri, le sue presenze e i suoi fantasmi non raccontano l’Altro ma noi stessi. L’uomo che teme la follia e la desidera, che reprime l’istinto per poi restarne travolto, che cerca di controllare la realtà mentre quella realtà si sfalda. Perché in fondo, ogni film dell’orrore non è altro che una confessione travestita.

Parliamo di un ambito in cui il “mostro” è raramente l’elemento più inquietante e dove la paura nasce dall’essere umano stesso. Negli anni Cinquanta, quando il terrore aveva il volto della Guerra Fredda e della minaccia nucleare, il cinema popolava lo schermo di creature mutanti e invasioni aliene, sottolineando come, nonostante l’incubo provenisse dall’esterno, raccontasse in realtà la nostra fame di distruzione.

Poi arrivarono gli anni Settanta, e con essi il crollo dell’innocenza. Qualche tempo prima, Psycho aveva già aperto una breccia rivelando come il terrore potesse prendere forma nella mente disturbata di un uomo qualunque (il Norman Bates di turno), rispecchiando in questo senso le nostre paure più intime. A seguire, Rosemary’s Baby trasformava la paranoia e la manipolazione in una minaccia concreta, mostrandoci come l’oscurità potesse nascondersi dietro gesti apparentemente innocui e insinuarsi subdolamente nella vita di tutti i giorni.

A quel punto, L’esorcista di Friedkin osò ancora di più, portando l’orrore nell’intimità della famiglia e nella quotidianità più sacra. La possessione di Regan incarnava vulnerabilità e caos interiore e raccontava di come l’angoscia potesse insinuarsi nel cuore delle relazioni, trasformando la casa in un luogo di inquietudine. John Carpenter, invece, col suo Halloween, rivelò che il male può indossare la maschera di Michael Myers per celarsi nell’abitudinaria routine che tutti noi viviamo giornalmente.

Negli ultimi anni, l’horror contemporaneo ha trovato nuove forme di espressione nel cosiddetto elevated horror, in cui la paura nasce dai legami familiari, dai traumi, da disagi emotivi, dalla psiche e dai segreti tramandati di generazione in generazione. Film come It Follows trasformano la paura in una minaccia invisibile, simbolo di ansia e colpa costantemente in agguato. Ari Aster con Hereditary, Jennifer Kent con The Babadook e Robert Eggers con The Witch e The Lighthouse mostrano l’orrore nella mente dei personaggi e nella vita di sempre, rivelando che il terrore più profondo è quello che ci portiamo dentro.

Questi film segnano un punto di svolta fondamentale: quel “mostro” non è più una creatura lontana o sovrannaturale ma qualcosa che ci somiglia, che si annida nella realtà e nel nostro inconscio. Ci confrontiamo con ciò che reprimiamo e con le ombre che camminano accanto a noi ogni giorno, accompagnati da un cinema che ci permette di osservarle, di contenerle, e per un attimo, di comprenderle.

Al di là delle mode e del folklore, allora, Halloween diventa l’occasione per riconoscere il male che ci somiglia. Ogni maschera che indossiamo, ogni urlo finto che ci strappa un sorriso tremolante, è una piccola ammissione: noi abbiamo bisogno del buio, per ricordarci cosa siamo alla luce. E il cinema non fa che ricordarcelo con un brivido, con un sussurro o con quell’immagine che è sempre lì a terrorizzarci e che non se ne va nemmeno dopo i titoli di coda.

STAZIONE CINEMA © Riproduzione riservata

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