Limonov (2024), di Kirill Serebrennikov

«I russi sanno morire ma sanno ben poco dell’arte di vivere».

Limonov è un film riuscito a metà. Forse anche qualcosa in meno, a dirla tutta, e il motivo di un’affermazione così tranchant, posta in apertura di recensione, è presto detto. In primis perché trasporre sul grande schermo una biografia romanzata come quella omonima scritta da Emmanuel Carrère, che nel film è anche presente come attore, senza snaturarla attraverso l’effettuazione di evidenti ed ovvi tagli qui e là, è un’impresa che richiede spalle larghe e una notevole personalità. Da questo punto di vista, però, potremmo anche soprassedere, visto che, soprattutto l’ultima, è una caratteristica di cui il regista russo Kirill Serebrennikov (per chi ne conosce biografia e filmografia) generalmente non ha mai difettato. In secundis, perché descrivere adeguatamente un personaggio istrionico e provocatorio come quello di Ėduard Veniaminovič Savenko è affare assolutamente complesso e il rischio di ridurlo a una macchietta in cerca d’autore, parafrasando l’opera pirandelliana, è concreto in tutto il film.

Capisco che in questi casi possa essere la prima cosa a venire in mente ma ritengo sia opportuno evitare un qualsivoglia parallelismo tra film e libro, proprio per quanto sopra descritto. Se poi consideriamo che è stato lo stesso Limonov a manifestare tutta la sua frustrazione e ad abbandonare la lettura dell’opera di Carrère, ancorché notevole, dopo appena una quarantina di pagine, è chiaro come il buongiorno si veda dal mattino. Ma com’è il film? E chi era Limonov? Il titolo originale dell’opera, in questo senso, ci offre un interessante spunto di riflessione. Limonov: The Ballad, dove quel “The Ballad” (la Ballata) ci riporta ai poemi narrativi ironici e provocatori del XIX secolo di Pushkin o Lord Byron, è un film sregolato, caotico, punk fin dentro il midollo, esattamente come la personalità del suo protagonista.

Limonov è stato tante cose: tutto e il contrario di tutto. Nasce in una città industriale della Russia orientale per trasferirsi e crescere da teppista a Charchiv, in Ucraina. Nel corso della sua vita muta pelle non si sa per quante volte: lo ritroviamo dapprima poeta, scrittore e giornalista, quindi idolo controverso nell’underground sovietico di Breznev. Poi mendicante, homeless e maggiordomo di un miliardario a Manhattan. Adulte terrible nei circoli letterari parigini degli anni ’80, ingenuo e dissoluto, leader politico, dissidente e fondatore del partito Nazional-Bolscevico in madrepatria. Fascista e comunista, scomodo avversario politico di Vladimir Putin, la sua figura incarna esattamente il senso del nomignolo che si auto-affibbia. Limonov: aspro come il limone russo (limon) e dirompente come una granata sovietica (limonka).

Una vita vissuta col pedale dell’acceleratore pigiato al massimo che, però, sul grande schermo non trova adeguata trattazione. Non ho mai considerato Serebrennikov un grandissimo regista. Il suo è da sempre un cinema di rottura, che racconta storie e vite passionali e controverse che, però, a prodotto confezionato, lascia non di rado un senso di incompletezza. E anche in questo caso, la sensazione di trovarci di fronte ad una grande occasione mancata è palpabile. Non è una sorpresa Ben Whishaw (Skyfall, Cloud Atlas, The Lobster) che, stavolta senza strafare, offre la solita valida interpretazione, pur non riuscendo ad esprimere pienamente la personalità bohémien e rabbiosa del protagonista. Questa, però, è una mancanza che, a parer mio, è da ricercarsi più nei demeriti di scrittura e di regia che non in quelli attoriali.

La produzione del film ha subito un percorso a dir poco travagliato, con la regia affidata inizialmente a Saverio Costanzo, poi a Pawel Pawlikowski, che ne ha riscritto la sceneggiatura con la supervisione di Carrère, quindi a Kirill Serebrennikov. Girato camera in spalla con l’alternanza in pellicola di reperti autentici, sequenze digitali, diapositive, piani sequenza (che ultimamente tanto piacciono al pubblico…) e ritagli di giornali, Limonov ha potuto contare su un budget di appena 10 milioni di dollari, davvero irrisorio per gli standard attuali.

Tutti fattori che dovrebbero, almeno in teoria, portare acqua al mulino del regista ma il risultato è un prodotto sgangherato e arruffato, che si discosta davvero troppo dalla reale vita del protagonista e finendo addirittura con l’escludere dall’opera alcune fasi fondamentali della sua esistenza, come la nascita del partito e de L’Altra Russia, nonché tutto il periodo balcanico. E la martellante colonna sonora dei Velvet Underground, con la pur pregevole Russian Dance firmata da Tom Waits, è funzionale ma non certo può fare miracoli. Purtroppo.

SCHEDA TECNICA

Titolo originale: Limonov: The Ballad

Regia: Kirill Serebrennikov

Genere: Biografico, Drammatico, Storico

Paese: Italia, Francia, Spagna

Durata: 138 min.

Con: Ben Whishaw, Viktorija Mirošničenko, Tomas Arana, Corrado Invernizzi, Evgenij Mironov, Maša Maškova, Emmanuel Carrère

Distribuzione in italianoVision Distribution

STAZIONE CINEMA © Riproduzione riservata

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