Longlegs (2024), di Osgood Perkins

Se c’è una cosa che vale la pena invidiare a C2 Motion Picture Group e Saturn Films (nella veste di produttori) e a Be Water Film e Medusa Film (in quella dei distributori per l’Italia), è la capacità di saper vendere un prodotto. L’esperienza ci insegna che quando si parla di un film è sempre il caso di attenersi a un principio generale: mai dare ascolto al sensazionalismo che, nove volte su dieci, accompagna l’uscita di quel film deludendo puntualmente le aspettative di chi, invece, ci sperava davvero. È già successo in passato, succede ancora oggi e così succederà sempre.

In un periodo storico in cui il genere horror non brilla certo per originalità né per qualità e in cui l’unico barlume di luce si accende ed esaurisce coi vari Robert Eggers, Ari Aster e pochi(ssimi) altri, i quali, tra l’altro, hanno dato il via alla “recente moda” del no more jumpscare in luogo di atmosfere ben più evocative e ricercate che, sia chiaro, al sottoscritto vanno non bene ma benissimo, Longlegs è arrivato in sala come panacea di tutte le piaghe del mondo.

Già nel 1989 Nanni Moretti diceva che “le parole sono importanti” e credo, in effetti, che negli anni, vista la facilità con cui vengono snocciolate a ogni occasione, si sia un po’ perso il senso di espressioni come “disturbante”, “capolavoro”, “film dell’anno” et similia. E affibbiare a un film la pesante responsabilità di risollevare le sorti di un genere glorioso ma annichilito, come già detto, dalle recenti produzioni, appare quantomeno ardimentoso. In special modo se, per farlo, si tirano in ballo autentici pezzi da novanta come Il silenzio degli innocenti o Twin Peaks.

Evidentemente Osgood “Oz” Perkins questi espedienti comunicativi li conosce bene e ci si tuffa dentro con tutte le scarpe cercando la giocata del secolo che, però, si concretizza solo nelle sue intenzioni (forse) ma non sul grande schermo. A fare da corollario a una trama abusata e senza il benché minimo pathos troviamo, infatti, una sceneggiatura debole che non porta da nessuna parte e che, nonostante lo spiegone messo lì per i poveri di spirito, nel maldestro tentativo di risollevare un film che sembra indirizzato tre metri non sopra il cielo ma piuttosto sotto terra, non aggiunge assolutamente nulla al poco che c’è.

È noto come Psyco abbia avuto un impatto considerevole sulla vita della famiglia Perkins ma tentare di richiamare, ogni tre per due, dei passaggi simil-Bates Motel nella prima parte del film (non parlo della serie ma proprio del motel), caro signor Osgood, rende il tutto non solo scontato ma anche supponente. Senza contare che le atmosfere hitchcockiane non sono mai messe lì a caso e che solo a pensare di poterlo fare c’è bisogno di spalle non larghe ma larghissime.

Con questo non voglio certo dire che il regista sia uno “scappato di casa”. Il film mostra una fotografia eccellente e dei passaggi che rimandano meravigliosamente agli anni ’70. Inoltre, a livello di pura tecnica, Oz Perkins ha già dimostrato di saper stare dietro una macchina da presa, sia coi precedenti lavori come Sono la bella creatura che vive in questa casa (2016) e Gretel e Hansel (2020), entrambi slegati dalla presunzione di considerarsi capolavori, e poi con lo stesso Longlegs. Permettetemi di ricordarvi, però, che la tanto osannata inquadratura in 4:3 che Oz utilizza per condurci indietro nella linea temporale del film, è qualcosa che negli ultimi sei o sette anni si è vista in almeno tre pellicole. Non c’è bisogno che ve le suggerisca io, poiché i titoli di queste ultime potete facilmente trovarli smanettando un po’ in rete. Anche qui, dunque, nessun colpo di genio ma tanta influenza cinematografica.

Il film gode di un montaggio valido e di una colonna sonora decisamente azzeccata per quelli che presumibilmente erano gli intenti del caro Oz ma il prodotto finale, così confezionato, è davvero poca cosa. Ancora una volta, il regista sembra prestare più attenzione allo stile visivo che non alla sostanza vera e propria ed è per questo motivo che Longlegs appare più un’occasione sprecata che un vero e proprio fallimento. Qualche sfumatura rock in alcune sequenze, con un Perkins che prova a contaminare l’horror d’autore con elementi sovrannaturali senza riuscire, però, a entrare in quel campo spettrale e angosciante che dovrebbe essere l’habitat naturale del film.

Capitolo interpretazioni: è il caso di stendere un velo pietoso su una Maika Monroe nei panni dell’agente FBI più narcolettica e mono espressiva che si sia mai vista e un Nicolas “ZeroCarisma” Cage che ci regala un’altra delle sue performance al limite del mediocre, tanto da domandarsi cosa abbiano potuto vederci coloro che hanno gridato al “miracolo interpretativo”. E a parte i veloci passaggi in apertura di recensione, non credo sia il caso di scomodare Jonathan Demme e David Lynch per paragoni quasi temerari, semplicemente perché parliamo di opere che giocano tutt’altro campionato rispetto al povero Longlegs.

SCHEDA TECNICA

Regia: Oz Perkins

Genere: Horror, Thriller, Poliziesco

Paese: USA

Durata: 101 min.

Con: Maika Monroe, Nicolas Cage, Blair Underwood, Alicia Witt, Michelle Choi-Lee, Kiernan Shipka

STAZIONE CINEMA © Riproduzione riservata

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