«Ho il vago sospetto che, in realtà, non stiamo dando al pubblico quello che vuole».
«È vero, baby. Hai ragione. Diamo al pubblico quello che vuole».
E invece no: Todd Phillips non ha dato al pubblico quello che il pubblico voleva, o quello che il pubblico si aspettava. Credo che il nocciolo “dell’affaire Joker: Folie à Deux” sia, più o meno, tutto qui. Nel 2019, il primo capitolo ispirato a uno dei supercriminali più amati della DC Comics ha letteralmente stregato pubblico e critica, al netto delle fisiologiche stroncature, aggiudicandosi il Leone d’oro alla 76° Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, due Golden Globe e due premi Oscar e arrivando ad incassare globalmente la non trascurabile cifra di un miliardo di dollari e passa. “Squadra che vince non si cambia”, deve quindi aver pensato il regista newyorkese, tanto da richiamare sulla barca del sequel, lo stesso team di professionisti che aveva (dati alla mano) svolto un più che degno lavoro proprio in occasione di quel prodotto.
Ecco quindi confermati fonici, tecnici, assistenti, direttori della fotografia, montatori, sceneggiatori, producer, compositori e “compagnia cantante”, mai come in questo caso, nella speranza di replicare un successo le cui basi vittoriose erano state gettate piuttosto solidamente dalla Warner Bros. E allora cos’è che è andato storto? Perché se un film tanto atteso, il cui budget realizzativo ha superato la bellezza di 190 milioni di dollari, si ritrova ad incassarne, più o meno, 120 milioni a una settimana dall’uscita, qualcosa che scricchiola deve esserci pur stata. E deve aver scricchiolato anche piuttosto forte se consideriamo che il primo Joker aveva aperto con 100 milioni di incasso su un costo realizzativo di appena 55 milioni.

Un film, insomma, che pare aver imboccato la sciagurata e temuta strada del flop. D’altronde, se è lo stesso regista a confermare l’omaggio a due dei più grandi fiaschi del cinema (e non è assolutamente l’opinione di chi scrive) come New York, New York di Martin Scorsese e Un sogno lungo un giorno di Francis Ford Coppola, è lapalissiano che le ginocchia possano traballare anche a cineasti ben più navigati dello stesso Todd Phillips che, per inciso, un campione della macchina da presa non è mai stato. Eppure è così intrigante quel cinema che divide, che apre a confronti tra le parti e a chiavi di lettura diverse. In questo senso, Joker: Folie à Deux ne è un perfetto esempio: chi lo ama (pochi) e chi lo odia (tanti). È stato definito il “peggior cinecomics di sempre” ma è interessante notare come, in effetti, né questo né tantomeno il precedente capitolo abbiano mai avuto l’intenzione di essere catalogati sotto quella categoria. Ed anche se lo fossero stati, bisognerebbe comunque ricordarsi di Batman e Robin (1997), di Morbius (2022) o di Madame Web (2024), solo per citarne qualcuno.
Si è quindi passati a criticare un cast definito “sottotono”, non riconoscendo la pur ottima prova di Joaquin Phoenix e quella, invece, tanto eccellente quanto inquietante di Brendan Gleeson (Gangs of New York, Gli spiriti dell’isola) che davvero non sbaglia mai un colpo. Di Lady Gaga ve ne parlerò poco più avanti poiché è legata al discorso che sto per introdurre. Al film è stato anche rimproverato di non rappresentare canonicamente il clown che tutti conosciamo, al netto del fatto che, come sottolineato sempre da Todd Phillips, in nessun caso, dal 2019 ad oggi, ci sia mai stata l’espressa volontà di associarlo al Joker dei fumetti o a quello di “nolaniana memoria”. Il sottotitolo “Una storia di origine” anziché “La storia che ha dato origine a…” parlerebbe anche chiaro ma è proprio in questi casi che il Nanni Moretti di turno esclamerebbe: «Le parole (e i dettagli) sono importanti».

Non parliamo di un capolavoro, questo è bene chiarirlo subito. Nel film ci sono diverse problematiche che, a fronte di un così consistente budget, lasciano perplessi e non poco. La fotografia è notevole ma la regia presenta tutti i limiti di Phillips che, però, in questa occasione si toglie la maschera da “Scorsese de noantri” indossata nel 2019, per raccontare un progetto che quantomeno imbocca autonomamente una sua strada. Capitolo a parte è quello legato all’aspetto musicale del film e a Lady Gaga. Forconi alla mano, nemmeno fosse l’inquisizione o la rivolta del pane, la voce (quasi) unanime è che la colonna sonora sia slegata dal contesto e noiosa, insomma: un’accozzaglia di brani trascurabili o pressoché insignificanti.
Eppure non è un mistero (a patto di conoscerli, ascoltarli e capirne i testi, ovviamente) che questa sia per lo più composta da capolavori reinterpretati per l’occasione: il duetto sul palco, le costanti scene sotto il faro “seguipersona” con l’immancabile sigaretta che tentano un richiamo al teatro e al cinema francese, concretizzato anche nel Ne me quitte pas telefonico che, però, non tutti hanno avuto la sensibilità di riconoscere. D’altronde non avrete mica pensato che un titolo del genere fosse solo un vezzo, giusto? Niente è messo lì per caso, tantomeno la questione musicale che è solo un pretesto per avvicinare, a prima vista, il Joker alla “sua” Harley Quinn.
Perché dico a prima vista? Semplicemente perché questo è solo ciò che emerge da una lettura immediata. Il personaggio interpretato da Miss Germanotta è solo apparentemente una spalla per il protagonista e il grande amore della sua vita. Ed è lì, parecchio in ombra rispetto ad esso (da qui le critiche alla performance di Lady Gaga che invece ha fatto quello che doveva), ad introdurre la solitudine, l’alienazione, la seduzione e l’abbandono che violentano quei soggetti messi all’angolo dalle stesse istituzioni che, anziché ancora di salvezza, sono complici nel soffocarli, isolarli e distruggerli. La vera folie à deux, infatti, non è l’ambiguo rapporto che si crea tra i due protagonisti e che si sfalda alla prima folata di vento ma quello che, da sempre, lega la personalità di Arthur Fleck a quella di Joker. A capirlo…

Le incomprensioni, secondo me, nascono a monte. Senza caricare il film di chissà quale autorialità, poiché di un semplice blockbuster si tratta, il pubblico (quello dei cinecomics) non ha gradito andare a vedere un prodotto intitolato al Joker, senza che “quel” Joker fosse presente all’interno del film. A nessuno è importato di compatire un disadattato come Arthur Fleck, né di farsi carico delle sue fragilità e dei suoi dolori. È la follia del Joker quella che il pubblico (sempre quello che, nei cinecomics, farfugliava di “grande cinema”) cercava: quella fatta di caos, violenza incontrollata, omicidi e criminalità. Emulazione, immedesimazione e poi delusione e abbandono: è stato così sia per il pubblico in sala che per la cara Harley Quinn e gli abitanti di Gotham. Che è quello che Todd Phillips ha cercato di rappresentare nel film.
Assunto che se il regista è costretto a dover spiegare per filo e per segno ogni aspetto del film, è chiaro che qualcosa nella sceneggiatura e nell’esposizione della storia non ha funzionato. I film brutti, però, sono altri. Resta comunque valido lo spiegone in stile Looney Tunes che Sylvain Chomet, già regista di Appuntamento a Belleville (2003) e L’illusionista (2010) regala in apertura del film a chi ancora avesse le idee confuse o preferisse un tipo di cinema più immediato o semplicemente meno “ermetico” (senza scomodare quello vero di ermetismo). Il che non è mica un male, ci mancherebbe, ma solo un escamotage comunicativo differente.
SCHEDA TECNICA
Regia: Todd Phillips
Genere: Drammatico, Musical, Thriller
Paese: USA
Durata: 138 min.
Con: Joaquin Phoenix, Lady Gaga, Brendan Gleeson, Catherine Keener, Harry Lawtey, Steve Coogan, Jacob Lofland
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