Hooligans (1995), di Phil Davis

Il leggendario frontman dei Verve, Richard Ashcroft, riferendosi a Wigan (la sua città di origine) una volta disse: «Da queste parti puoi diventare solo due cose: un calciatore o un drogato». Ingeneroso, forse. Ma era l’esatta fotografia dell’Inghilterra anni ’90, quella che si portava dietro gli strascichi bui del decennio passato. Quella del disagio giovanile, economico e sociale. Con la rabbia e la frustrazione ad ogni angolo della strada pronte a esplodere in un uragano di violenza incontrollata, nel nome di un odio che, oltrepassando i confini anglosassoni, si sarebbe diffusa ben presto in tutta Europa.

Hooligans li chiamavano. E così li chiamano tutt’ora. Dalla Scozia all’Irlanda, dall’Olanda al Belgio, fino alla Grecia, la Russia, la Polonia e l’Italia stessa, quello raccontato nel film di Phil Davis è un iperrealistico spaccato di quel periodo. Accompagnavano spesso le squadre di calcio, ma la passione e il tifo non erano che il pretesto per dare libero sfogo ad un malcontento sociale che divorava la working class anglosassone.

Reece Dinsdale è un protagonista silenzioso, di quelli che nei film partono in sordina, quasi svogliatamente, per poi mangiarsi la scena. La sua maschera è perfetta per calarsi nei panni di John, poliziotto ambizioso e sfrontato che insieme ai suoi colleghi si ritrova infiltrato nella frangia più violenta del tifo inglese. Un ambiente ostile e inaccessibile per chiunque non viva delle stesse emozioni, come un branco di lupi che si nutre di odio calcistico e violenza, coi suoi codici e le proprie regole e che ben presto arriverà a sconvolgerne l’esistenza.

Attratto sempre più da quella vita che dovrebbe invece reprimere, John precipita in un baratro senza ritorno nel quale la natura dell’hooligan finirà col soppiantare quella del poliziotto. La violenza, i crimini e le efferatezze, però, servono solamente a delineare superficialmente il film. Analizzando più attentamente Hooligans, infatti, è possibile notare come quella di Phil Davis sia in realtà una rabbiosa critica nei confronti di quella società deturpata e malata a cui accennavo ad inizio recensione.

John è ambizioso ma anche estremamente insoddisfatto del suo lavoro e della sua esistenza. La rassegnazione ad una vita ordinaria, la consapevolezza di essere “uno dei tanti” e l’amarezza dovuta all’impossibilità di emergere per le proprie doti, contrapposte a quelle di un superiore sciocco e inadeguato, innescano un meccanismo che non aspetta altro che detonare. Con un grido di denuncia che ricorda quello di Stanley Kubrick in alcune delle sue opere, inoltre, l’attenzione del regista si concentra sull’operato della stessa Scotland Yard che, lenta e macchinosa, non pare sforzarsi troppo nella lotta alla criminalità ed anzi, decide di cancellare l’intera operazione gettando nello sconforto John.

Quest’ultimo cede così ai suoi istinti più bassi. L’eccitazione e l’adrenalina di una vita sregolata e senza freni prendono il sopravvento e quello spirito cameratesco, che un tempo egli sperava di trovare in Scotland Yard, si manifesta prepotente nel gruppo criminale. È la fine di ogni razionalità e di nuovo riemerge il tema della società mal tollerata dalla working class britannica. Tornando a Kubrick, un piccolo inciso: nel cast e con un ruolo di grande interesse, troviamo quel Warren Clarke già protagonista nel 1971 di Arancia meccanica (nel ruolo del Drugo Dim), che nel film interpreta Bob, il violento gestore del pub in cui gli hooligans abitualmente si ritrovano.

C’è da dire che, nonostante il discreto successo ottenuto nella madrepatria, il film non ha mai goduto di grande considerazione in Italia, finendo col trovarsi relegato a sporadiche trasmissioni notturne che non ne hanno certo favorito la diffusione. Dal punto di vista puramente tecnico, l’opera lascia in parte a desiderare. Se è vero che nel film vengono trattati argomenti sicuramente scottanti e quantomai reali, sia per quell’epoca che per i tempi attuali, è impossibile negare come esso sia infarcito di luoghi comuni e stereotipi talvolta ai limiti dell’ingenuo. Le interpretazioni sono assolutamente valide ma la sceneggiatura presenta diversi buchi che spengono il film, invece di farlo brillare.

Allo stesso modo, né la fotografia né la colonna sonora lasciano il segno ed è davvero un peccato, poiché a conti fatti e con le dovute accortezze, questo poteva essere davvero un gioiellino da riscoprire. Di buono c’è che almeno in questo Hooligans (titolo che, ovviamente, viene appioppato a quasi ogni film che tratti le tematiche in questione), non ci tocca la disgrazia di un Hobbit che saltella qua e là da una rissa all’altra. Ed è già una gran cosa.

SCHEDA TECNICA

Regia: Phil Davis

Genere: Drammatico

Paese: Regno Unito, Germania

Durata: 107 min.

Con: Reece Dinsdale, Richard Graham, Perry Fenwick, Philip Glenister, Warren Clarke, Sean Pertwee, Saskia Reeves,

Votazione: 7,5/10

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